| Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993 |
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L'ATTIVITA' ESTRATTIVA E L'ITER DEL
PROGETTO DEL PARCO
INTRODUZIONE L'attività estrattiva delle cave che operano nella Vena del Gesso, alla cui presenza si deve in larga misura il rinvio sine die dell'istituzione del Parco regionale, dal 1984 ad oggi non solo non ha subito i programmati drastici ridimensionamenti, ma ha visto negli ultimi tempi un forte rilancio, cosa che rischia di compromettere in modo definitivo gran parte dell'area che la Regione si era impegnata a salvaguardare. Anticipando le conclusioni delle note che seguono, la cava dei Monticino di Brisighella, che da anni doveva essere chiusa e che si trova in un'area già vincolata dalla legge 1497 del 1939 continua a lavorare e soprattutto l'attività estrattiva in corso a Borgo Rivola sta procedendo in modi e con ritmi devastanti in seguito all'autorizzazione all'ampliamento concessa dal Comune di Riolo Terme. A ciò si aggiunga che la multinazionale Knauf ha visto approvato dallo stesso Comune il progetto di un nuovo impianto per la produzione di cartongesso, dopo quello aperto recentemente da aziende concorrenti, Italgips e Vic Italia. Paradossalmente per il Ministero dell'Ambiente, come si può desumere dalla peraltro interessante ed utile sua seconda relazione sullo stato dell'ambiente del 1992, in Romagna cave di gesso non ne esistono più o almeno non ve ne sono in attività in zone gravate da vincolo paesaggistico (vedansi le relative tabelle). La sezione di Faenza dei Wwf ha chiesto chiarimenti per questa mancanza al Ministero dell'Ambiente, ma la vicenda non può forse essere ridotta ad un semplice errore. Il mancato conteggio delle cave di gesso in Romagna nelle statistiche di detto Ministero, che esercita le "funzioni di tutela e prevenzione di danni all'ambiente e al paesaggio" anche per i "danni provocati da attività di cave e miniere" sembra confermare che il lavoro di estrazione svolto al Monticino di Brisighella in forma minore e Borgo Rivola su ben più ampia scala fosse - almeno negli ultimi anni - privo di ogni autorizzazione regionale. Ed essendo priva di autorizzazione, non sarebbe stata conteggiata l'attività svolta. In attesa di un'improbabile risposta dei Ministero non resta che prendere atto nuovamente delle vicende politiche e amministrative della Vena dei Gesso romagnola, veramente emblematiche: da una parte ci sono infatti impegni e promesse per realizzare un parco regionale e dall'altra ci sono le pressioni per ampliare le attività estrattive. La cava di Borgo Rivola si vuole estendere al di là dei limiti finora posti dal Piano Paesistico e ha ottenuto le autorizzazioni dal Comune di Riolo, facendo ben capire che nel governo dei territorio gli interessi delle cave sono prevalenti rispetto a quelli della salvaguardia ambientale. La Regione Emilia-Romagna ha infatti approvato nel 1991 una nuova legge sulle attività estrattive che permette di superare i vincoli del Piano Paesistico. Per contro la legge quadro sui parchi non ha avuto finora applicazione per la Vena del Gesso romagnola. Dopo questa necessaria premessa passiamo ad esaminare la situazione più in dettaglio. L'ATTIVITA' ESTRATTIVA 1 - La Cava Spes di Tossignano Per le vicende della Cava SPES successive alla sospensione dei lavori nel 1984, dovuta ad infiltrazioni d'acqua, si fa riferimento in particolare a quanto pubblicato su "Il Nuovo Diario - Messaggero" di Imola dei 21 giugno 1986 dal prof. G.B.Vai, il quale affermava che si doveva all'imperizia o al dolo degli imprenditori della SPES l'aver impostato un reticolo di gallerie che non consentiva un facile abbassamento del piano di coltivazione sotterranea e che con ulteriore imperizia o dolo si era proceduto all'escavazione NON a regola d'arte, causa dei labili segni di cedimento manifestatisi in galleria. Su incarico regionale, una perizia mineraria successiva confermava il rischio ma, stranamente, non indagava sulle cause. Nel 1984, gli imprenditori, sostenuti dal Comune di Tossignano, chiedevano la ripresa dell'escavazione a cielo aperto. La Giunta Regionale coerentemente si opponeva ma, al solito, non decideva ancora, riservandosi di chiedere prima un'altra perizia tecnica e concedendo l'escavazione di 30.000 m' (circa 75-000 tonnellate) in 7 mesi a titolo di risagomatura del vecchio fronte di cava (in funzione di ripristino di condizioni di sicurezza). I cavatori non si accontentavano delle briciole e sospendevano l'estrazione, sperando in condizioni più vantaggiose. Proponevano un "piano di risanamento" (bontà loro) dell'unico punto sospetto di cedimento mediante escavazione totale a cielo aperto dell'intera porzione del parco previsto che si trova in Comune di Tossignano; come dire trasformiamo metà del parco in polo estrattivo. Chiedevano infatti l'apertura di un nuovo fronte di ben 600 m, che dalla preesistente area di cava si sarebbe esteso verso est fino alle Banzole, rifiutando, per ragioni economiche dovute al costo dei trasporti, di prendere in considerazione l'offerta dell'ANIC di fornire il minerale necessario per la progettata produzione di cartongesso a Borgo Tossignano. E la realizzazione di questo nuovo insediamento industriale era condizionato appunto all'approvazione dei programma di sviluppo messo a punto dalla SPES. La Regione respingeva la proposta, ma, ambiguamente, chiedeva una seconda perizia tecnica: 1) se i cedimenti provocati dalla attività estrattiva in galleria potessero compromettere l'attivazione di questa parte dei parco; 2) nel caso negativo quali misure di risanamento fossero necessarie prima di attuare il parco. Nell'agosto 1985 i due periti presentavano la relazione, un capolavoro di ambiguità e di mancata integrazione fra le due competenze rappresentate. Se la risposta che la relazione avanzava alla Regione era limpida e inequivocabile: "La soluzione vera del problema sta nell'interruzione definitiva dell'attività estrattiva", questo responso però era disperso in una trattazione che pareva sforzarsi di voler giustificare anche il contrario: e cioè che la cava a cielo aperto di oltre 10.000.000 di tonnellate (quasi la metà dei gesso scavato dall'ANIC a Borgo Rivola dal 1963) sarebbe stata "praticamente invisibile dal settore di Tossignano". La irresponsabilità di affermazioni come questa si commenta da sola. Un anno prima di questa relazione era uscito il Decreto Galasso, convertito nella L. 8 agosto 1985 n.431; i relatori però non avevano sentito il minimo bisogno di tenere conto. Finalmente, il 18 novembre del 1985, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica veniva pubblicato il D.M. contenente la "Dichiarazione di notevole interesse pubblico della zona della 'Vena dei Gesso' sita nel Comune di Borgo Tossignano". Di diritto e di fatto questa dichiarazione di legge, avendo variato i vincoli posti sull'area, comportava l'interruzione definitiva, e senza fare alcun intervento diretto, dell'attività estrattiva. A seguito di ciò la Regione procedeva a stralciare la stessa zona dal piano delle attività estrattive. In questo quadro normativo chiaro e quasi definito iniziava il balletto fra SPES e sindacati imolesi, che avrebbe portato al "Protocollo di intenti" del 21 aprile 1986, il quale - guarda caso - riproponeva l'escavazione a cielo aperto delle oltre 10 milioni di tonnellate di gesso contro le promesse di costruire uno stabilimento per la produzione di pannelli di cartongesso che avrebbe creato ben 162 posti di lavoro. Chi aveva convinto i sindacati a voltare gabbana e i DC locali a cambiare opinione, dopo aver affermato che intendevano orientare gli investimenti PIM (Piani Integrati Mediterranei) per garantire salute, qualità della vita ecc. ecc.? La violenta polemica, ironicamente definita 1a guerra dei poveri (Borgo Rivola e Tossignano) spinti al massacro da VIC e SPES che facevano a chi le sparava più grosse, perdeva però ragion d'essere quando nell'autunno '86 la VIC veniva assorbita dalla multinazionale inglese BPR Industries PLC, mentre la SPES chiudeva i battenti. 2 - La Cava ANIC di Borgo Rivola A Borgo Rivola, dopo la dichiarazione sulla disponibilità ad ampliare l'area di escavazione della cava Anic rilasciata dall'allora assessore provinciale all'assetto dei territorio, ing. Savini, tale presa di posizione non venne recepita dal P.A.E. predisposto dall'ing. Vignoli e dal geologo dr. Ortelli ed approvato con delibera n. 98 dei 19/5/1984 dal Consiglio Comunale di Casola Valsenio quale variante al P.R.G., e dal parere n. 885 del 27/11/1986 della Commissione Consultiva Regionale Cave e Torbiere. Nel P.A.E. di Casola (e nelle controdeduzioni alle osservazioni presentate dall'Anic, respinte con deliberazione del Consiglio Comunale n.61 del 26/4/1986) non veniva infatti accolta la richiesta dell'ANIC stessa di ampliare l'area di estrazione verso il Monte della Volpe, ritenendosi invalicabile il limite territoriale fissato dal D.M. 12/12/1975 che vincola appunto tale zona. Il parere della C.R.C. fu che comunque detto P.A.E., con alcune modifiche, fosse meritevole di approvazione: in particolare, "per quanto riguarda l'area per l'estrazione del gesso se ne condivide il mantenimento in piano ribadendone la funzione di polo unico regionale, in relazione alla potenzialità estrattiva che l'area ancora esprime, sia in termini quantitativi che qualitativi, nei limiti della zonizzazione definito dal Piano Comprensoriale delle Attività Estrattive elaborato dal Comprensorio di Faenza; il proposto ampliamento non risulta supportato da esigenze tecnico-produttive e presenta forti controindicazioni di natura ambientale per cui se ne propone lo stralcio, come indicato con segno rosso nell'allegata cartografia..." Nonostante queste previsioni l'ANIC continuava a sollecitare l'autorizzazione ad avanzare lungo la linea di cresta per altri 150-200 m, sollecitazioni alle quali i Comuni di Casola e Riolo si dichiaravano nuovamente disponibili. Limitandoci alle vicende più recenti, il 30/7/1988 l'ANIC presentava ai due Comuni un progetto di ampliamento della cava per una superficie di 13 ettari con l'estrazione, in 10 anni, di 3.638.440 metri cubi di materiale in territorio riolese (di cui 1.270.000 nel primo quinquennio) e di 59.000 metri cubi in quello casolano. Il Wwf Valle dei Senio intervenne presso i parlamentari della Lista Verde in quanto il progetto riguardava un'area dichiarata in parte di notevole interesse pubblico, tutelata dalla Soprintendenza ai beni archeologici per quanto riguarda la Grotta del Re Tiberio e rientrante nella "zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale" del Parco Regionale Vena del Gesso. In data 4 e 26 gennaio 1989 gli onorevoli Donati e Ceruti presentavano separatamente interrogazioni parlamentari ai Ministri dell'Ambiente e dei Beni Culturali, chiedendo che l'area della cava non venisse ampliata ma che, anzi, l'attività venisse sospesa per evitare la compromissione dei sito. Nel frattempo (21 gennaio), con pervicacia la Commissione edilizia di Riolo esprimeva a maggioranza parere favorevole all'ampliamento purchè venisse mantenuta la linea di cresta e venissero ripristinati i gradoni di escavazione. Favorevole all'ampliamento si dichiarava anche il Comune di Casola. La scelta veniva motivata dal fatto che il progetto riguardava un'area ed un volume di scavo compresi nel P.A.E. approvato dalla Regione e dalla funzione di "polo unico" della cava. Fortunatamente in data 28 febbraio dello stesso anno la Soprintendenza ai beni ambientali di Ravenna esprimeva un parere negativo sull'ampliamento perché in netto contrasto con i criteri di tutela ambientale: il massiccio intervento di scavo con gradoni di 60-70 m avrebbe distrutto un vasto tratto di rilievo e la sistemazione dell'area dopo l'escavazione non avrebbe risolto il problema dei recupero ambientale. Il parere negativo della Soprintendenza veniva confermato con nota n.136 Il G1 dei 19/5/1989 dei Ministero per i Beni Culturali e Ambientali presso cui, a tutela della V.d.G., era intervenuto il Difensore Civico Emilia-Romagna. Ma la vicenda purtroppo non era chiusa definitivamente. Rifacendosi al P.A.E. di Riolo, adottato dal Consiglio Comunale con delibera n.206 del 14/12/1984 ed approvato dalla Giunta Regionale con delibera n. 4848 dei 20/10/1987, la Commissione Tecnica Regionale per le Attività Estrattive, nell'adunanza dei 6/2/1992, esprimeva parere favorevole (n.1370) alla richiesta di autorizzazione al rinnovo per l'estrazione del gesso nella cava di Monte Tondo presentata ai due Comuni interessati il 23/7/1988 e da questi trasmessa con nota n. 5370 del 7/2/1989. Veniva così data via libera al P.A.E. bocciato da Soprintendenza e Ministero, autorizzando l'escavazione decennale di un'area per circa la metà vincolata dal ben noto D.M. 30/7/1974, che rimanda alla legge 1497/39 sulla protezione delle bellezze naturali ed alla successiva legge 431/1985. Ancora una volta la Regione dimostrava nei fatti l'incoerenza e le contraddizioni che da sempre la contraddistinguono, sopravanzata in ciò (come recisamente affermato anche dal prof. G.B.Vai nel suo intervento a Riolo, in occasione del pubblico dibattito su "cave, industria del gesso e politica ambientale", promosso dal Wwf Valle dei Senio il 6/7/1992) solo dalla Provincia di Ravenna, dove una qualsiasi politica di tutela territoriale è inesistente, dove tutto è affidato alla mercé e alla faciloneria di amministratori impreparati e velleitari, come dimostrato dai progetti approvati e sostenuti dall'amministrazione Comunale di Riolo, che sono da considerarsi semplicemente funesti. Giova richiamare alla memoria che già nel giugno 1989 il Difensore Civico Emilia-Romagna aveva fatto rilevare il pericolo insito nel progetto dei Parco della V.d.G., che avrebbe tenuto conto della preesistente attività di cava collocandola nella zona di preparco, dove ai sensi della L.R. n.11/88 di "Disciplina dei parchi regionali e delle riserve naturali" è possibile prevedere attività compatibili con le finalità dei parco e tese al ripristino di aree degradate o comunque compromesse da precedenti escavazioni. Non è certamente il caso di Borgo Rivola, come ha puntualizzato nel corso dello stesso dibattito a Riolo il consigliere regionale verde Paolo Galletti, ma d'altra parte la cava ANIC risulta individuata dal Piano Territoriale Regionale del 1989 come polo unico per l'estrazione di gesso; scelta ribadita dal Piano Infraregionale della Provincia di Ravenna del 1991. Ed in proposito ancora il Difensore Civico puntualizzava che il polo estrattivo ricade sì in una zona definita dal Piano Paesistico "Di particolare interesse paesaggistico-ambientale" (art.16 - zone colorate in verde chiaro) ma che - e qui sta l'inghippo - le Norme di attuazione dello stesso prevedono che gli strumenti di pianificazione (PAE) possano prevedere attività estrattive in tali zone qualora sia valutato non altrimenti soddisfacente il fabbisogno dei diversi materiali. Per quanto riguarda il D.M. 30/7/74, che investe la quasi totalità dell'area in questione, occorre precisare - come chiedeva il Difensore Civico - che si sarebbe proceduto ad un'approfondita istruttoria, in sede di procedura autorizzativa - ai sensi dell'art.7 della legge 1497/39, da parte del Comune di Riolo, previo parere della Commissione Edilizia integrata da esperti come previsto dalla l.r. 26/1978: e quali siano le risultanze di tale approfondita istruttoria è ormai ben noto. Infatti si susseguivano a tambur battente l'approvazione dello schema di convenzione ai sensi della Legge 17/1991 (l'ennesima legge regionale che disciplina - in senso ancor più permissivo - le attività estrattive) tra Comune di Riolo Terme ed Enichem-Anic con delibera della Giunta Comunale n. 162 del 27/4/92 e della relativa fideiussione bancaria per complessivi 700 milioni in base alle quali venivano immediatamente avviati i lavori, consistenti nella costruzione di nuove strade di servizio, che si sviluppano sul versante nord fino alla linea di cresta ("intoccabile") e che hanno provocato l'ennesima deturpazione ambientale. Ma il peggio doveva ancora avvenire; il 7 luglio 1992 il sindaco Garavini, accogliendo apposita istanza dell'Anic Partecipazioni protocollata il giorno prima, emetteva un'ordinanza per concedere una sanatoria per gli ultimi cinque anni di attività estrattiva (dall'ottobre 1987 al giugno 1992) della cava, che non erano mai stati autorizzati. "La sera prima di emettere questa ordinanza - rilevava ironicamente Galletti in una intervista apparsa sulla stampa il settembre 1992 - in un pubblico dibattito Garavini non aveva dato alcuna risposta all'esplicita richiesta sulla presunto mancanza di autorizzazioni negli ultimi anni. Evidentemente non sapeva ancora della lettera arrivata in Comune nella mattinata e non sapeva che il giorno dopo avrebbe firmato un'ordinanza autorizzativa. Sicuramente sapeva che la cava Anic operava da tempo abusivamente; Garavini, solerte nel concedere autorizzazioni in sanatoria, avrebbe dovuto anche essere solerte nel controllo ed operare come previsto dalle leggi contro una cava in attività senza permessi. Il sindaco di Riolo dovrebbe però anche ricordarsi che nessuna legge prevede una dilazione in sanatoria di autorizzazioni provvisorie, come ha invece prontamente disposto". Replicava in una successiva intervista (1/10/92) Garavini che i problemi non sussistono. "Il nostro Comune aveva già fatto un P.A.E. riconosciuto valido da Provincia e Regione. Solo in un secondo tempo era stato redatto il Piano Paesistico della Regione che ignorava la Cava di Borgo Rivola. Quando poi la Regione si è accorta della incongruenza, ha riconosciuto i P.A.E. che le amministrazioni comunali avevano già adottato e che costituiscono, di per sé, una variante al Piano Paesistico". Tutte queste procedure ed atti amministrativi adottati dal Comune di Riolo hanno invece rafforzato la convinzione delle associazioni protezionistiche che fossero ben fondate le loro richieste formulate qualche mese prima, in giugno, per accedere alle autorizzazioni, precedenti ed attuali, di attività estrattiva della cava Anic. E poiché su altri punti gli ambientalisti non hanno ottenuto risposta, per esempio in merito alla cartografia relativa alle autorizzazioni antecedenti quella dei giugno '92, facendo crescere il sospetto di abusività e di inosservanza di leggi, le sezioni WWF di Faenza e Val Senio, il G.S.F. ed i proprietari dei terreni confinanti alla cava si sono rivolti alla Procura della Repubblica di Ravenna, accusando il Sindaco di Riolo di aver indebitamente favorito l'Anic, chiedendo l'annullamento della sanatoria - abusiva e illegittima - e dell'autorizzazione e che venga applicata la sanzione prevista dalla recente legge regionale che disciplina le attività estrattive (una multa da 2 a 10 volte il valore del materiale abusivamente scavato); il che significa - prendendo come base di calcolo il fatturato annuo di circa 4 miliardi dichiarato dall'ANIC - la bella sommetta compresa tra un minimo di 8 e un massimo di 40 miliardi. 3 - La "cantina" KNAUF a Ca' Cassano (M. Mauro) e il progettato stabilimento di cartongesso a Galisterna A queste vicende si intrecciano quelle della multinazionale tedesca KNAUF, che aveva visto sfumare nel 1985 il progetto di aprire una "cantina" di misure identiche a quelle di una nuova cava di gesso, nel fondo Cassano di sua proprietà (versante sud-est di Monte Mauro). Le preoccupazioni degli ambientalisti a proposito della vera natura della "cantina" erano state manifestate anche dalle forze politiche di opposizione di Brisighella, che avevano espresso voto contrario alla delibera del 30 luglio 1984 che autorizzava lo scavo in quanto "tutto era in regola in base alla normativa agricola". C'è da aggiungere che in detta delibera non si faceva alcun riferimento al fatto che il fondo Cassano rientra nell'area vincolata paesaggisticamente; né da parte loro la KNAUF ed il progettista e direttore dei lavori ing.Vignoli si erano preoccupati dell'esistenza del vincolo idrogeologico. Ottenuta comunque la necessaria concessione edilizia il 18 settembre 1984, negli ultimi giorni dell'aprile '85 iniziavano i lavori di escavazione procedendo a ritmo frenetico con l'impiego di grandi macchine operatrici anche nei giorni festivi, prima ancora che il Comitato Regionale di Controllo - Sezione Autonoma Provinciale di Ravenna - avesse apposto il suo visto alla delibera relativa all "cantina" (tale visto reca infatti la data dell'8 maggio 1985). Cosicché ancora una volta, trovandosi di fronte al fatto compiuto, le Associazioni protezionistiche faentine non potevano fare altro che ricorrere alla stampa per denunciare violazioni di legge e connivenze di pubblici amministratori; cosa che provocava l'intervento della Forestale e dell'Ufficio Tecnico Comunale di Brisighella, che imponevano il blocco dei lavori a causa dell'inosservanza del vincolo idrogeologico. Pochi giorni di scavo avevano comunque provocato una rilevante deturpazione dell'ambiente. Il ricorso della KNAUF alla Provincia di Ravenna per ottenere la deroga al vincolo e poter riprendere i lavori aveva esito negativo, determinando la revoca dell'autorizzazione allo scavo e il blocco dei lavori da parte dei Servizio Provinciale Difesa Suolo e Risorse Idriche e Forestali di Ravenna (ex Genio Civile) ed il conseguente ordine formale di sospensione dei lavori stessi nell'ottobre successivo da parte dell'allora sindaco di Brisighella Vincenzo Galassini. Ma nel febbraio 1991 la KNAUF tornava alla carica: presentava infatti un'osservazione al Piano Paesistico Regionale sotto esame dell'Amministrazione Provinciale di Ravenna, chiedendo nuovamente che le venisse consentita l'attività estrattiva, già negata dal Comune di Brisighella nel 1980; l'osservazione veniva però respinta per l'esistenza dei più volte ricordati vincoli e per l'orientamento consolidato della Regione di concentrare tutta l'escavazione di gesso nel solo polo estrattivo di Borgo Rivola. Accantonata l'ipotesi di rifornimento autonomo di materia prima, la KNAUF chiedeva allora di costruire uno stabilimento per la produzione di cartongesso puntando inizialmente su un'area nei pressi di Borgo Rivola; ma essendo tale area compresa entro i limiti dei progettato Parco della Vena del Gesso, sceglieva un terreno in frazione di Galisterna, con i buoni uffici dei sindaco Garavini, allettato dalla promessa della creazione di molti posti di lavoro in loco (la "storia" si ripete sempre con gli stessi ingredienti). Ciò però innescava una nuova guerra, questa volta tra i comuni confinanti di Riolo e Casola. Infatti un contratto valevole fino al 2000 vincola la cava Anic a fornire il gesso "in esclusiva" ai due stabilimenti casolani della Vic e Italgips - diretti concorrenti della KNAUF -che nell'aprile '92 si sono rivolti al Tar chiedendo il rispetto di tale convenzione. Immediato il controricorso della multinazionale tedesca, secondo la quale l'individuazione di un unico polo estrattivo per il gesso nella Cava ANIC invaliderebbe ogni precedente contratto di esclusiva (tesi sostenuta anche dal Comune di Riolo e dalla Provincia di Ravenna). Quanto ai dubbi ed alle voci di protesta per i rischi di inquinamento, dell'impatto visivo del guasto ambientale che deriverebbe dal nuovo complesso industriale (di cui i mostruosi insediamenti di Casola in prossimità della zona monumentale della Pieve e del Cardello sono un esempio eloquente) e dei notevole incremento di traffico che penalizzerebbe ulteriormente gli alberghi della zona termale, Garavini minimizza assicurando che la KNAUF sorgerà in una conca naturale che la nasconderà alla vista e non produrrà, come scarico nell'atmosfera, altro che innocuo vapor acqueo. Conseguentemente il 16 ottobre 1992, con 14 voti favorevoli e 4 contrari, il Consiglio Comunale di Riolo Terme, accogliendo un addomesticato studio di compatibilità (pagato dalla stessa KNAUF), ha respinto una ventina di osservazioni contrarie alla variante del PRG che dà via libera all'insediamento. E non è proprio piaciuto agli ambientalisti che non solo la maggioranza, ma anche l'opposizione, concordino che lo stabilimento comunque si debba fare, continuando ad estrarre gesso dalla cava di Borgo Rivola. E' invece proprio questo il punto nodale, sul quale ha posto l'accento il prof. Vai il 6 luglio 1992 a Riolo Terme: anche il significato di polo unico perde colpi giorno per giorno; è un concetto che poteva valere negli anni '70, ma oggi è fuori tempo e fuori da ogni strategia economica complessiva di una vallata come quella del Senio. Cionostante il polo unico è tuttora l'alibi dietro cui si trincerano i Comuni ai quali la stupidità della legge regionale ha delegato tutte le responsabilità in materia di cave. Quanto alla contrattazione con le multinazionali KNAUF e Vic (l'Anic faceva accordi sottobanco già nel 1975), si tratta di una vera e propria illegalità, che consente di instaurare un regime di monopolio in contrasto con le regole economiche comunitarie. La notizia apparsa sui quotidiani nei primi giorni del dicembre '92 riguardante il fatto che, nel quadro delle privatizzazioni dei beni pubblici, l'Enichem intendeva collocare sul mercato la concessione che le affida l'attività estrattiva a Borgo Rivola, ha contribuito poi ad innescare nuove polemiche. Garavini ad esempio auspicava la nascita di una società mista pubblico-privato comprendente anche il comune di Riolo Terme, temendo che una nuova situazione di monopolio potesse creare difficoltà ad altre attività produttive (cioè alla KNAUF, da lui sponsorizzata). E' infatti certo che la Vic, a parità d'offerta, ha un diritto di prelazione all'acquisto; e in tal caso, non potendo negare il minerale alla concorrenza, potrebbe però richiedere cifre esorbitanti, non essendo calmierato il prezzo dei gesso. Che gli interessi economici in gioco siano enormi risulta ben chiaro dal bando di vendita della Cava di Borgo Rivola, dal quale si rileva un utile netto dell'Azienda, nel corso dei 1992, pari al 25% dei fatturato. Basterebbe questo per capire perché, in spregio a tutti i vincoli esistenti non sia ancora stato realizzato il Parco e si permetta invece di continuare a smantellare un'intera montagna (bene e risorsa collettiva costituenti il paesaggio e l'ambiente naturale) a beneficio unicamente dei cavatori e delle industrie collegate all'attività estrattiva. Non si può poi fingere di ignorare che si favoriscono attività a basso valore aggiunto e contenuto tecnologico, ma fortemente consumatrici delle risorse locali a fronte di una scarsa ricaduta economica; terminato il più rapidamente possibile lo sfruttamento della "risorsa gesso", tali attività si sposteranno altrove, dovunque sia disponibile nuova materia prima a basso costo. Quanto ai "programmati" interventi di ripristino ambientale, la peculiarità dell'affioramento gessoso e del reticolo carsico ipogeo che verranno distrutti sono tali da non poter certo venire rimpiazzati con piantumazioni di pini su discariche di detriti, come è stato fatto finora. 4 - La cava del Monticino di Brisighella Il progetto di vendere la cava Anic ha fornito l'occasione anche alla "Gessi dei Lago d'Iseo" per chiedere alla Regione la riapertura delle sue cave. Al Monticino, come anticipato, gli scavi continuano, seppure a ritmo ridotto, perché parte del minerale necessario allo stabilimento di Brisighella viene fornito da Borgo Rivola ma, secondo la "Gessi", non sempre in quantità e soprattutto qualità richiesta. Ma a Brisighella, come anche recentemente hanno denunciato pubblicamente le associazioni protezioniste, si continua a scavare in condizioni di dubbia legittimità, "mentre non risulta che il progetto Vai sia mai pervenuto in Regione"; e questo malgrado l'adozione del Piano Paesistico, che ha posto un vincolo assoluto sulla zona, del Piano territoriale e della Legge sui Parchi. Il riferimento al Piano Vai ci costringe a fare un passo indietro, per riassumere le ultime grottesche vicende relative alla cava dei Monticino. Nell'ormai lontano 1987 la Commissione Regionale Cave si era pronunciata nel senso di autorizzare la prosecuzione dei lavori fino al dicembre 1989, termine indilazionabile per la sua chiusura definitiva; tali lavori, concessi per un quantitativo minimo di materiale, sarebbero dovuti essere finalizzati al recupero ambientale, consistente nella creazione di un museo geologico-paleontologicomineralogico all'aperto, come proposto dal prof. G.B.Vai in una sua nota del 2 marzo 1987. Il progetto era stato accolto sia dall'Amministrazione Comunale di Brisighella che dalla Ditta appaltatrice dei lavori e, pur con riserve dovute al timore di una ennesima strumentalizzazione, anche dalle associazioni protezionistiche. Sopravveniva però un parere negativo della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici di Ravenna, che avrebbe comportato la chiusura della cava nello stato in cui si trovava; e dopo lungo silenzio, nel maggio 1989, la Regione ribadiva l'ordine di sospensione immediata dell'attività estrattiva, adeguandosi con circa un anno e mezzo di ritardo al parere negativo espresso nel dicembre 1987 anche dal Ministero dell'Ambiente. Rivolgendosi al Dipartimento ambiente e difesa del suolo della Regione, l'allora Sindaco Galassini faceva rilevare però che il Ministero aveva reso noto il suo parere ben oltre i 60 giorni previsti dalla legge (cioè nel dicembre invece che nel settembre 1987) e che pertanto si doveva applicare la normativa dei silenzio-assenso; e rispolverando il "Piano Vai", concludeva che l'Amministrazione di Brisighella non poteva assumersi la responsabilità di bloccare i lavori ad appena sei mesi dalla loro conclusione in quanto, se sussisteva una responsabilità del Comune e sua personale, era "soltanto quella di assicurare il perseguimento di un obiettivo di pubblico interesse". Il piano definitivo di ripristino, del quale era stato incaricato il Dipartimento di scienze geologiche dell'Università di Bologna e la cui redazione era stata affidata ai proff. Carlo Elmi e Gian Battista Vai, avrebbe dovuto esser pronto per l'estate 1988, prevedendo che la cava del Monticino avrebbe dovuto terminare - sotto controllo - i lavori a fine '89. In realtà soltanto il 17 giugno 1989 esso veniva presentato a Brisighella: in sintesi, premesso che non si poteva pretendere di riparare il danno fatto ad una montagna con patetiche operazioni di chirurgia plastica - quale sarebbe stato il "ritombamento" dello squarcio provocato dall'attività estrattiva con materiali inerti (ad esempio argilla) - si proponeva di finalizzare i lavori in modo che le peculiarità scientifiche messe in luce venissero valorizzate e rese accessibili anche al vasto pubblico simulando una dolina naturale e realizzando tre piani di fruizione per i percorsi museali, adeguatamente segnalati con funzioni non solo spettacolari, ma anche didattiche. Per il recupero erano previsti lavori da completarsi in cinque anni, permettendo alla società interessata di scavare circa 300.000 metri cubi di gesso. Pur riconoscendo validità al progetto, gli esponenti delle associazioni naturalistiche faentine contestavano i tempi tecnici per la realizzazione dei lavori, essendoci il rischio che la cava continuasse ad operare senza adeguati controlli, come era avvenuto negli ultimi anni. Il piano veniva comunque approvato all'unanimità dal Consiglio Comunale di Brisighella e sottoposto all'esame della Regione e della Provincia, dopo un nuovo parere, questa volta favorevole, della Soprintendenza di Ravenna. Ma nel gennaio 1990 la Regione, che aveva fatto ricorso al Tar appellandosi alle norme transitorie emanate in attesa che fosse approvato il Piano Paesistico Regionale, otteneva il blocco immediato dell'attività estrattiva. E ancora una volta Galassini annunciava invece che il 10 marzo 1990 era stata firmata la convenzione per l'attività estrattiva con la "Gessi" in base alla delibera dei Consiglio Comunale del 27/12/89, ribadita l'8/2/1990 e divenuta esecutiva dopo il visto dei Comitato Regionale di Controllo degli atti degli Enti Locali in data 31/1/1990. Il primo lotto dei lavori avrebbe interessato la valle cieca della Volpe con l'esecuzione di opere di bonifica per l'ingresso della grotta omonima e la sistemazione dell'area che la "Gessi" si era impegnata a compiere (con inizio nell'ormai lontano inverno 1982/83!). Conseguentemente, in deroga alle disposizioni regionali, con l'autorizzazione dei sindaco la cava dei Monticino riprendeva in sordina la sua attività "finalizzata al recupero della zona per realizzare il parco geologico". L'ITER DEL PROGETTO DI PARCO Prendiamo le mosse dal "Piano Rosini", contenente gli elaborati della commissione che operò dal 1980 al 1983, ma che fu affossato dagli stessi enti interessati all'operazione Parco, coi contributo determinante della Provincia di Ravenna, la quale formulò la controproposta di istituire un "parco" limitato a poche emergenze discontinue ed estranee per lo più alla Vena del Gesso (vedasi ad esempio il Cardello). Ma il problema si riproponeva con la Legge 431, più nota come Legge Galasso, in particolare con l'obbligo fatto alle Regioni di approvare i Piani Paesistici Territoriali entro il 31 dicembre 1986, pena l'intervento sostitutivo dei Ministero dei Beni culturali e ambientali nei confronti di quelle inadempienti. Sebbene la Giunta della nostra Regione si sia vantata di avere adottato, in extremis ma entro i termini stabiliti, il proprio piano, in realtà questo non è vero, come ha dovuto ammettere con evidente disagio il 2 aprile 1987 a Roma la stessa Felicia Bottino, assessore all'Urbanistica: in effetti la Giunta Regionale non aveva adottato il Piano Paesistico, ma aveva semplicemente autorizzato l'avvio di consultazioni con Enti ed Amministrazioni interessate. L'adozione sarebbe quindi avvenuta in prosieguo di tempo, sempre che venissero superate le prevedibili opposizioni nel periodo di consultazione. Per la Vena del Gesso, la proposta di Piano includeva fra le aree protette tutto il settore imolese, recependo il decreto "galassino" che già aveva vincolato l'area coincidente col perimetro della cava Spes. Ma se a Tossignano la partita era da considerarsi definitivamente chiusa in modo positivo per l'ambiente, non altrettante certezze si avevano per il settore faentino: anche quest'ultimo era stato inserito nel "Piano", ma gli unici elementi utili per ipotizzare a quale livello di tutela sarebbe stato sottoposto, erano contenuti nella cartografia allegata (Tavola 1-36: unione delle Tavv. 239 NO-NE-SO-SE della CTR, 1:25.000), da cui sembrava potersi desumere che era stato recepito il progetto del soppresso Comprensorio faentino, che bloccava alla sella di Monte Tondo la cava Anic; ma risultava anche che la cava del Monticino addirittura non esiste, essendo stata l'area in questione colorata in verde scuro, simbolo di "tutela naturalistica generale", così come definita dall'art. 21 della Normativa. Questi dubbi e perplessità, unitamente alla denuncia di carenze ed alla formulazione di alcune proposte, furono espressi nelle osservazioni che il Gruppo Speleologico Faentino ha inoltrato alla Regione in data 5 giugno 1987, documento dei quale riportiamo i passi più significativi: "Fa specie che la Regione EmiliaRomagna, dopo aver pubblicato il Catasto Speleologico Regionale redatto a cura dei Gruppi aderenti alla F.S.R.E.R., dopo aver richiesto per la cartografia tecnica in scala 1:5000 la collaborazione dei Gruppi stessi per il posizionomento delle centinaia di grotte esistenti nelle aree gessose della Regione, non solo non abbia coinvolto nella fase progettuale la Federazione, ma neppure abbia preso in considerazione il "paesaggio carsico" quale unità ambientale degna di particolare conservazione e tutela. Va poi sottolineata l'importanza di alcune cavità - quali la Tana del Re Tiberio (Borgo Rivola), la Tanaccia di Brisighella e la Grotta dei Banditi (Monte Mauro) - nelle quali sono state rinvenute, studiate o in fase di indagine scientifica, importanti stazioni preistoriche. ... Si ricorda infine la limitata estensione e la precisa localizzazione della Vena dei Gesso romagnola, che potrebbe perciò essere considerata specifica unità paesistica contraddistinta da una particolare evoluzione morfologica legata alla natura evaporitica della roccia, che presenta caratteri peculiari ed unici nella sua importanza paesistica; in proposito va ricordato che da tempo esistono vincoli in base alla L. 1497 del 1939, ribaditi dalla "Legge Galasso", ... uno dei quali, ... del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali in data 12/12/1975 ... si riferisce espressamente all'importanza panoramica nell'area non solo dal punto di vista paesistico e naturalistico, ma anche speleologico. Malgrado le carenze evidenziate, ritenendo positivo uno strumento quale il Piano Paesistico Regionale per la tutela delle zone più delicate e di maggior pregio, e nella certezza che sia ancora possibile apportarvi modifiche e miglioramenti, si auspica che per le aree inserite nel Piano in base all'art. 21 della normativa la "tutela naturalistica generale" sia da interpretarsi come tutela integrale . C'era poi l'affermazione dell'allora assessore regionale all'Ambiente Chicchi che il decollo del Parco della V.d.G. era legato all'approvazione della nuova legge-quadro sui parchi in discussione al Consiglio Regionale, che prescriveva la loro istituzione entro tre anni (vedasi "Emilia-Romagna" 1-2, gen.feb. 1987, pp. 37-38). Ma poi fra i ventun parchi dei quali si prevedeva l'istituzione (indicati nella delibera programatica del giugno 1984 che investiva gli enti locali del compito di elaborare le linee di pianificazione) non v'era quello della Vena del Gesso romagnola. Quest'ultimo era stato declassato purtroppo fra quelli destinati ad essere istituiti autonomamente da province ed enti locali entro tre anni dall'approvazione del Piano Territoriale Regionale, con potere di surroga della Regione in caso di inadempienza. Conseguentemente la patata bollente passava all'Amministrazione ravennate, che aveva ricevuto mandato dagli Enti locali interessati al Parco stesso per la redazione dei progetto relativo, da elaborarsi da propri tecnici (arch. Ferrucci), in rapporto con i tecnici dell'Assemblea speciale dei Comuni dell'Imolese. La Provincia produsse un documento preliminare ("Linee per la definizione del parco della Vena dei Gessi romagnoli"), illustrata ai rappresentanti delle associazioni ambientaliste faentine il 30 giugno 1987. Nel documento, premesso che il Piano Rosini non aveva colto pienamente le aspettative degli Enti interessati all'operazione del Parco poichè appariva molto carente rispetto all'obiettivo di un equilibrato sviluppo socio-economico dell'area, si affermava che la situazione si era modificata in quanto la nuova legge quadro regionale sui parchi prevedeva la possibilità di una doppia perimetrazione, valendo per le zone di parco i limiti ed i vincoli anche nazionali, mentre per quelle di preparco valevano solo le norme previste dal progetto; cosa che avrebbe consentito di poter allargare i confini dei preparco senza il limite di eccesive penalizzazioni vincolistiche. Si riteneva perciò di delimitare a "parco" la maggior parte della cresta gessosa già preclusa alla caccia, mentre il "preparco" sarebbe coinciso approssimativamente con l'intera area già contemplata nel Progetto Rosini. Quanto all'attività estrattiva, si riteneva di mantenere l'obiettivo dell'unico polo estrattivo di Borgo Rivola, prevedendo la chiusura graduale, ma in tempi prefissati, della cava del Monticino. Ma il nodo da sciogliere era, come sempre, l'attività venatoria. "Quello della caccia - recita il documento - è indubbiamente uno dei temi con cui ci si deve misurare anche in riferimento all'incompatibilità sancita per legge (art. 20 B della legge 968) tra parco e attività venatoria ... Appare quindi quanto mai arduo proporre eventuali modificazioni (sia di carattere normativo che di delimitazione di area) rispetto all'attuale assetto esistente nell'ambito delle aree interessate all'operazione del parco... La risposta più opportuna a tale tematica, appariva quindi quella di mantenere la situazione di fatto, articolando il progetto del Parco in modo conseguente, ... anche al fine di evitare un impatto che potrebbe frapporre seri ostacoli ad un'operazione territoriale ampia, complessa, dai risvolti indubbiamente positivi, col rischio di comprometterla su un punto, quello della caccia, non essenziale al fine del perseguimento degli obiettivi di fondo". In parole povere, l'intendimento era quello di consentire la caccia nelle zone di "preparco" per evitare strumentalizzazioni, "e operando al fine di eliminare quegli ostacoli che ... potrebbero bloccare la realizzazione del Parco, come è giù avvenuto nel recente passato". Il progetto definitivo di Parco, presentato al pubblico a Imola all'inizio dei dicembre '87, ricalcava esattamente tali posizioni, e venne pertanto duramente constestato dalle associazioni ambientaliste faentine ed imolesi in quanto rappresentava un consistente passo indietro sia rispetto al precedente Piano Rosini, sia rispetto al Piano Paesistico Regionale: una proposta come quella avanzata, che riduceva l'area dei parco vera e propria a meno di un decimo del tutto, attraverso una zonizzazione artificiosa ispirata non a diversità realmente presenti nel territorio, non avrebbe rappresentato altro che un palese tentativo di eludere la legge 968. Gli imolesi in particolare accusavano la Provincia di Ravenna di essere la principale responsabile del mancato decollo del parco ed invitavano i suoi rappresentanti a dire chiaramente se il parco lo volevano oppure no, assumendosi ogni responsabilità e rinunciando eventualmente ai contributi regionali. Come risposta, a pochi giorni di distanza (11 dicembre 1987) il Consiglio Provinciale di Ravenna approvava all'unanimità l'affidamento al professor Giovanni Pizziolo, docente di Analisi dei sistemi urbani e territoriali presso l'Università di Firenze, dell'incarico (conferitogli in realtà un anno dopo) per la progettazione di massima di itinerari ambientali nella Vena del Gesso. L'allora assessore Savini affermava che l'incarico si collocava nella prospettiva del Parco della Vena del Gesso e all'interno del Piano di Valorizzazione Ambientale dell'area collinare, con l'obiettivo di avere a disposizione un progetto che potesse accedere ai vari tipi di finanziamento, come i fondi Fio ed i fondi regionali. Tale P.V.A. veniva illustrato il 17 marzo 1988 a Casola e l'Amministrazione Provinciale dichiarava di aver pronto un proprio progetto di parco realizzabile sulla base della normativa prevista nella legge quadro regionale sui parchi, che era stata definitivamente approvata appena un mese dopo la presentazione del P.V.A. Nel gennaio 1989 il Consiglio Provinciale di Ravenna approvava il progetto preliminare dell'architetto Pizziolo, consistente in una serie di elaborati comprendenti una relazione generale; l'individuazione delle emergenze ambientali, storiche, architettoniche e archeologiche della Vena; l'identificazione di "unità di paesaggio" e di itinerari tematici classificati secondo le modalità e i tempi di percorrenza; una schedatura degli immobili di interesse architettonico, storico e documentario e infine il progetto di prototipi per la realizzazione delle aree di sosta. Favorevolmente si esprimevano anche la Comunità Montana dell'Appennino faentino e i Comuni di Brisighella, Riolo e Casola. A fine luglio veniva approvato il progetto definitivo, che faceva riferimento sostanzialmente alla rete di sentieri preesistenti, (già tracciati dal CAI) e di strade costituenti un circuito veicolare assai esterno alle zone più significative: la montagna aveva partorito il topolino! Nell'aprile dell'89 il Consiglio Provinciale approvava anche, con l'astensione del Gruppo Verde, il P.V.A. del territorio collinare, presentato dal vice Presidente ed assessore all'Ambiente Gabriele Albonetti secondo l'ormai affermato copione che la collina non era da identificarsi soltanto con la Vena dei Gesso, essendoci anche la presenza di punti qualificanti sotto il profilo ambientale, di reperti storici, archeologici e artistici. Oltre alle aree da destinare alla tutela ambientale e agli itinerari turistici sulla cresta gessosa, il piano prevedeva una pletorica (e costosa) realizzazione di centri di documentazione sulla Vena del Gesso ignorando quanto già realizzato presso il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza e al Carnè. Nel dicembre 1990, ottenuto l'ultimo voto favorevole ancora mancante, quello dei Consiglio Comunale di Brisighella, dopo che da tempo si erano espressi positivamente gli altri Comuni interessati (Riolo, Casola e l'Assemblea dei Comuni imolesi), Albonetti si dichiarava ottimista sull'iter di realizzazione, anche se in tempi non brevi, del Parco della V.d.G.; infatti sarebbe stato possibile alla Provincia chiedere alla Regione non solo la delega a progettare il Parco, ma anche i relativi finanziamenti. E nel numero dell'aprile 91 del periodico "In Provincia" l'architetto Ferrucci, dopo aver ribadito che nella legge quadro istitutiva dei parchi regionali era stata affidata alle Province l'elaborazione dei piani di fattibilità e che pertanto la Provincia di Ravenna stava predisponendo quello dei Gessi Romagnoli nell'ambito del P.V.A. collinare, precisava che era stato redatto un progetto finalizzato alla realizzazione di un Centro di documentazione e servizi per il costituendo Parco; il Piano attuativo di cui lo stesso Ferrucci era coordinatore, aveva individuato tale Centro a Zattaglia, nell'ambito dei "Piani Integrati Mediterranei" e con la partecipazione finanziaria della Provincia di Ravenna, della Comunità Montana dell'Appennino faentino e del Comune di Brisighella. Replicavano gli ambientalisti imolesi ("Aria di Montagna" del maggio '91) che il parco formalmente c'era già, poichè il Piano Paesistico Regionale aveva delimitato le aree interessate e aveva posto su di esse vincoli rapportati alla salvaguardia dei territori di tutti i parchi da istituire, pur trattandosi di norme di ordine generale, quindi meno articolate di quelle che il progetto esecutivo avrebbe poi adottato. Inoltre in teoria il Parco c'era già perchè il Piano Territoriale Regionale lo aveva posto tra le sue priorità; ma il fatto che la legge regionale sui parchi non l'avesse formalmente istituito, affidandone per di più la redazione del progetto alla Provincia di Ravenna, costituiva un grave rischio e non convinceva perchè proprio dal Ravennate erano venuti solo ritardi ed opposizioni. Seguiva la provocatoria proposta che gli enti locali dell'Imolese - a partire dall'Assemblea dei Comuni e dalla Comunità Montana - e le forze favorevoli al Parco uscissero dal lungo torpore poichè la zona imolese intendeva andare avanti comunque anche da sola. Ed in effetti il 1991, termine fissato dal Piano Territoriale Regionale alla Provincia di Ravenna per realizzare il Parco, è trascorso inutilmente, come poi il 1992, e non sembra credibile nemmeno l'avvertimento della Regione che, perdurando l'inadempienza, potrebbe intervenire direttamente esercitando il suo potere di surroga. Malgrado siano stati approvati il Piano di Valorizzazione Ambientale della collina faentina e gli itinerari escursionistici ambientali, nulla finora è stato reso operativo. Significativo in proposito è quanto affermato ("Carlino Ravenna", 10 dicembre 1992) dall'assessore al turismo Vittorio Ciocca, secondo il quale fra le richieste di contributi avanzate nell'ambito dei PIM (che prevedono voci specifiche di spesa per il turismo "naturalistico") c'è quello della Provincia di Ravenna per due itinerari turistico-ambientali sulla Vena dei Gesso. Quest'ultimo verrebbe finanziato con 200 milioni PIM, 100 milioni della Provincia e 100 milioni della Comunità Montana. "Qualcuno teme che questi percorsi costituiscano una realizzazione surrettizia del Parco della Vena dei Gesso - ha tenuto poi a precisare l'assessore Ciocca - invece la loro unica funzione è quella di qualificare il territorio. Nulla hanno a che vedere con il Parco". Allora, chi dice le bugie? L'architetto Ferrucci o l'assessore Ciocca? |
Speleo GAM Mezzano (RA)