| Ipogea, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1994-1999 |
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MAMMIFERI FOSSILI DEL PLEISTOCENE SUPERIORE RINVENUTI |
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NELLE GROTTE DELLA VENA DEL GESSO |
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Marco Sami |
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Negli ultimi anni, e in particolare nel 1995, alcune grotte della porzione più orientale della Vena del Gesso romagnola (Gessi di Brisighella e Gessi di Rontana e Castelnuovo) hanno restituito interessanti, seppure esigui, resti fossili di grossi mammiferi dell'ultima epoca glaciale: tali campioni, recuperati in più riprese da membri del G. S. Faentino e prontamente segnalati al dott. G.P. Costa, responsabile del Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza (vedi L.1089 del 1939 !), sono attualmente depositati presso il museo faentino. Seguiamo l'ordine cronologico di rinvenimento: il primo reperto, un metacarpo lacunoso privo della porzione distale (Lu = 185 mm, n° d'inventario MSF.123) riferibile a Bison cf. priscus Bojanus, 1827 (com. pers. del prof. F. Masini, paleontologo dell'Università di Palermo), è stato rinvenuto nella grotta "Rosa Saviotti". Imponente ruminante dalle grandi corna a sviluppo semi-circolare, Bison priscus, detto anche Bisonte delle steppe, popolò le praterie e le aree steppiche di buona parte dell'emisfero settentrionale (Europa, Asia e Nord America) durante la fase finale del Pleistocene: comparso nel corso della penultima glaciazione, detta di Riss (circa 200 mila anni fa), si estinse con la fine dell'ultimo periodo glaciale, quello di Würm (circa 12 mila anni fa), per la caccia delle genti paleolitiche ma soprattutto a causa degli sconvolgimenti ambientali determinati dai profondi cambiamenti climatici. Dalla grotta "G. Leoncavallo" (Ca' Caulla) proviene invece un radio destro privo dell'epifisi distale (Lu = 348 mm, MSF. 124) attribuibile a Bos cf. primigenius Bojanus, 1827 (com. pers. del prof. F. Masini). Noto anche col nome di Uro, questo imponente bovide dalle corna aperte e arcuate verso l'alto poteva raggiungere i 2 metri di altezza al garrese e viene ritenuto il probabile antenato degli attuali bovini domestici. Poteva vivere anche in ambiente forestale e, differentemente dal Bisonte delle steppe o dal Mammuth, superò la crisi climatica dell'ultima glaciazione per estinguersi soltanto in tempi storici: presente in Italia ancora al tempo dei Romani, l'ultimo esemplare di tale specie morì nel 1627 in una foresta della Polonia. Da sottolineare come il Bisonte e l'Uro, cacciati intensamente da parte delle popolazioni paleolitiche, rappresentino gli animali di gran lunga più frequentemente raffigurati sulle pareti di celebri grotte preistoriche quali Altamira, in Spagna, e Lascaux in Francia. Ma i reperti di gran lunga più interessanti (ed affascinanti) risultano quelli riferibili a Ursus spelaeus Rosenmueller 1794, rinvenuti da membri del G.S.Faentino, nell'agosto del 1995, durante le operazioni di disostruzione di un angusto ramo laterale della Grotta Risorgente del rio Cavinale, presso Castelnuovo di Brisiahella. Tali resti fossili, un canino superiore destro (Lu = 123 mm, MSF.127), un I' o Il' incisivo superiore (Lu = 31 mm, MSF.126), un III' incisivo superiore destro (Lu = 51 mm, MSF.125) e una I° falange (Lu = 39 mm, MSF.128), sono stati determinati dal dott. L. Rook, paleontologo dell'Un. di Firenze. Tutti gli esemplari provenivano da un deposito di riempimento ghiaioso - con abbondante matrice limosa - rivestito da una sottile "crosta" calcarea. Le dimensioni assai ridotte dell'ambiente in cui sono stati rinvenuti i fossili, unitamente al loro buono stato di conservazione (indice di scarsa fluitazione e/o trasporto), permettono di ipotizzarne la provenienza da una cavità-inghiottitoio, attualmente riempita o scomparsa, posta immediatamente a monte del sito di rinvenimento. L'importanza del ritrovamento è dovuta al fatto che, per quanto ci risulta, tale segnalazione è la prima relativamente ad U. spelaeus sia per la Romagna sia per l'intero territorio regionale emiliano-romagnolo; l'Orso delle caverne infatti non risulta presente neppure nei ricchi giacimenti würmiani dei gessi bolognesi, che pure hanno restituito avanzi di Bisonte, Megacero, Ghiottone, Marmotta, ecc. In generale è possibile distinguere agevolmente Ursus spelaeus da Ursus arctos (l'attuale Orso bruno) per le maggiori dimensioni, la tipica prominenza frontale (Cuvier, uno dei padri della paleontologia e dell'anatomia comparata, lo definì infatti "Ours a front bombè") ed alcune peculiarità dentarie (perdita dei primi 2/3 premolari, molari ampi e massicci, ecc.) legate ad una dieta prevalentemente vegetariana. Presente in Europa centro-meridionale (dai Pirenei al Caucaso fino all'Italia meridionale) durante il Pleistocene superiore, l'Orso delle caverne si estinse probabilmente all'apice dell'ultima glaciazione (Wúrm), circa 15 mila anni fa. Anche un altro reperto, raccolto erratico nel "ramo nuovo" della grotta "Rosa Saviotti", viene riferito a Ursus sp.: si tratta di un canino inferiore destro (MSF. 129) che pone qualche problema per quanto riguarda l'attribuzione specifica (com. pers. del dott. L. Rook). Infatti, a causa della piccola taglia (Lu = 80 mm), tale dente può rientrare sia nel campo di variabilità di Ursus spelaeus (specie caratterizzata da un marcato dimorfismo sessuale, con individui femminili dalle dimensioni corporee sensibilmente inferiori rispetto a quelli maschili) che in quello di Ursus arctos. A proposito di orsi: è interessante analizzare il loro "albero genealogico", dal quale si ricava che, per esempio, l'Orso bruno non è il diretto discendente dell'Orso delle caverne. Infatti, grazie alle convincenti prove paleontologiche raccolte, si è visto che le linee evolutive di entrambi derivano dallo stesso "progenitore", Ursus etruscus del Pleistocene inferiore d'Europa, per poi staccarsi successivamente: il ramo europeo sviluppò la specie U. deningeri e terminò al "capolinea" evolutivo rappresentato da U. spelaeus, mentre quello dell'Orso bruno, sviluppatosi probabilmente in Asia durante il Pleistocene medio, fece ritorno in Europa soltanto col Pleistocene medio-superiore. Un ultimo reperto, un minuscolo frammento apicale di dente canino (Lu = 13 mm!; MSF.129) rinvenuto sempre nella Grotta Risorgente del rio Cavinale, pone problemi di classificazione probabilmente irrisolvibili. Secondo i paleontologi interpellati (L. Rook e M. Ferretti), malgrado la rassomiglianza col dente di un canide di taglia medio-grande, potrebbe essere riferito anche ad un felino di taglia media come il Leopardo (Panthera pardus) oppure ad un giovane individuo di lena, entrambi carnivori presenti, anche se piuttosto rari, nelle faune del Pleistocene superiore italiano. In conclusione, tali ritrovamenti ci riportano indietro perlomeno di alcune decine di migliaia di anni in pieno Pleistocene superiore, in un momento in cui il nostro paesaggio collinare, appena intaccato dall'erosione, risultava sicuramente meno accidentato di quello odierno e il clima, certamente più fresco di quello attuale, favoriva la crescita di radi boschi di Pino silvestre intervallati da ampi spazi aperti in cui potevano pascolare i grossi erbivori.
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Speleo GAM Mezzano (RA)