Atti del Simposio internazionale su: LE AREE CARSICHE GESSOSE NEL MONDO, LA LORO PROTEZIONE E FRUIZIONE TURISTICA. Bologna, agosto 2003 (In corso di pubblicazione)

   

IL TORMENTATO ITER DELL’ISTITUZIONE DEL PARCO NATURALE REGIONALE DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA

Luciano Bentini (Gruppo Speleologico Faentino), Piero Lucci (Speleo GAM Mezzano)   

Parole chiave: Vena del Gesso; Parco carsico 

RIASSUNTO – Nell’ormai lontano 1983 F. Ricci Lucchi e G.B. Vai pubblicavano un lavoro dal significativo titolo La Vena del Gesso: un’ «emergenza», ma in che senso?, ispirato dal clima di roventi polemiche che vedeva schierati in campo avverso naturalisti e protezionisti a favore dell’istituzione di un parco naturale e contrari alla sua realizzazione amministratori, cavatori, agricoltori e cacciatori. Sull’area esistevano già numerosi vincoli paesistici ed archeologici, ma solo all’inizio degli anni ’80 le Province di Ravenna e di Bologna prospettarono finalmente alla Regione l’esigenza di istituire il Parco. In questo lavoro vengono elencati i vari progetti che nell’arco di dieci anni (1982-1992) furono inutilmente elaborati perché lasciati cadere dagli stessi enti pubblici proponenti, malgrado i molti e documentati studi prodotti sulle peculiarità della V.d.G.: dalla morfologia carsica al suo interesse culturale dovuto ad altri motivi, dati dai ritrovamenti paleontologici, paletnologici, archeologici e dalle vicende storiche che forniscono preziose testimonianze degli ambienti, delle forme di vita e delle culture succedutesi nel corso di alcuni millenni. Si elencano inoltre i vari gravi “attentati” subiti dalla Vena e le poche realizzazioni di tutela e valorizzazione. Si giunge infine ai giorni nostri, prendendo in esame il progetto di legge di iniziativa popolare approvato dai Consigli provinciali di Ravenna e Bologna malgrado la strumentale opposizione degli agricoltori residenti ed inviato alla Regione alla quale spetta il compito di emanare la legge istitutiva.   

 

Nell’ormai lontano 1983 F. Ricci Lucchi e G.B. Vai pubblicavano un lavoro dal significativo titolo La Vena del Gesso: un’«emergenza», ma in che senso?, chiarendo che nel linguaggio tecnico di chi percorre e studia il territorio, cataloga beni culturali ecc., un’emergenza è un aspetto, un carattere, un oggetto di particolare significato e che la Vena del Gesso romagnola non manca certo di aspetti naturalistici e culturali che “emergono”, ma che purtroppo vi è anche un’altra emergenza, nel senso di crisi, segnale d’allarme, pericolo di distruzione o per lo meno deturpazione irreversibile di quest’oggetto unico e singolare.  E non fu certamente per puro caso che tale lavoro venisse edito mentre infuriava la rovente polemica che vedeva schierati in campo avverso naturalisti e protezionisti a favore di un parco naturale e contrari alla sua realizzazione amministratori locali, agricoltori, cacciatori e cavatori.

Malgrado l’idea di salvaguardare la V.d.G. risalisse alla metà degli anni Sessanta e l’esistenza di vincoli paesistici ed archeologici, solo agli inizi degli anni Ottanta le Province di Ravenna e di Bologna prospettarono finalmente l’esigenza di istituire il parco alla Regione.  Quest’ultima stanziò i fondi per studi e ricerche e nel novembre 1982 fu presentato l’elaborato finale del quale aveva ricevuto l’incarico di coordinatore l’architetto Rino Rosini di Bologna.  Di tale progetto i naturalisti contestarono in primo luogo l’affermazione che i parchi e le riserve naturali non debbano escludere aprioristicamente alcune attività umane, comprese quelle che per tradizione hanno svolto un ruolo maggiormente distruttivo per l’ambiente (cioè l’attività estrattiva), criticando inoltre il previsto organo di gestione essenzialmente politico, più sensibile ad interessi di campanile che non a quelli di conservazione e la proposta di istituire, nei territori circostanti l’area protetta, una vera e propria zona di ripopolamento e cattura che avrebbe generato una notevole perturbazione nelle comunità biologiche autoctone.  Ma fu soprattutto l’aspra avversione dei residenti sobillati da “gruppi di pressione” facilmente identificabili che con capillare opera di disinformazione e orchestrate campagne allarmistiche dipingevano il parco come il nemico del tempo libero e di qualsiasi attività economica, a far affossare il progetto che parte degli stessi Enti promotori, in primo luogo la Provincia di Ravenna.

Ma il problema si ripropose per l’obbligo fatto alle Regioni dalla “Legge Galasso” di approvare i Piani Paesistici Territoriali entro il 31 dicembre 1986; conseguentemente la V.d.G. venne inserita in area di “tutela naturalistica generale”.  Furono così elaborati vari progetti commissionati dalla Provincia di Ravenna tra il 1987 e il 1989, quasi sempre palesi tentativi di eludere la legge e miseramente naufragati o non resi operativi.  Anche il progetto di legge che recepiva in toto le richieste e le perimetrazioni elaborate dai protezionisti – in primo piano gli speleologi – presentato dal Gruppo Verde al Consiglio Regionale sul finire del 1992, veniva vanificato dall’inerzia della Provincia di Ravenna.

Nel frattempo la V.d.G. continuava a subire gravi attentati, quali i sistematici inquinamenti delle acque ad opera di tre porcilaie, il progetto (sventato su iniziativa degli speleologi) di stoccare rifiuti nocivi e tossici nelle gallerie abbandonate della cava di Monte Tondo, la “cantina”-galleria mineraria KNAUF a Monte Mauro, il traliccio ENEL a Monte Rontana, l’abbattimento dei superstiti ruderi della Pieve di S.Maria Assunta, annessa canonica e cimitero a Monte Mauro (salvo poi ricostruire il tutto in cemento armato e mattoni forati come sta attualmente avvenendo).

Rimanevano poi irrisolti tutti i problemi creati dalla presenza della cava di Monte Tondo nel cuore del parco in discussione, individuata dal Piano Territoriale Regionale del 1989 come polo unico per l’estrazione del gesso, scelta ribadita dal Piano Infraregionale della Provincia di Ravenna nel 1991.  Conseguentemente le norme di attivazione del Piano Paesistico Regionale hanno stabilito che gli strumenti di pianificazione (PAE) possano prevedere attività estrattiva nelle aree protette qualora sia valutato non altrimenti soddisfacente il fabbisogno dei diversi materiali.

In mancanza di qualsiasi serio controllo da parte delle amministrazioni locali a ciò deputate, da sempre la proprietà della cava ha commesso ogni sorta di abuso, provocando danni irreparabili con veri e propri colpi di mano.  L’ultimo eclatante episodio divenne di dominio pubblico quando, il 7 luglio 1992, l’allora sindaco di Riolo Terme Diego Garavini emise un’ordinanza per concedere una sanatoria – abusiva e illegittima – per gli ultimi cinque anni di attività estrattiva (dall’ottobre 1987 al giugno 1992) che non era mai stata autorizzata.  La sera precedente, in una pubblica assemblea a Riolo Terme durante la quale gli venne contestata tale macroscopica violazione di legge, Garavini ricevette il diploma di “Porco della Vena del Gesso” istituito dal Gruppo Speleologico Faentino, da conferirsi ai politici che maggiormente si fossero distinti nella devastazione dei Gessi romagnoli.

La situazione non è sostanzialmente migliorata da quando la VIC Italia, emanazione della multinazionale inglese BPB, è risultata vincente nei confronti di quella tedesca KNAUF nell’aggiudicarsi, nell’agosto 1993, la proprietà della cava di Monte Tondo messa in vendita dall’ANIC Partecipazioni del Gruppo ENICHEM.

Poiché le vicende che si susseguirono negli ultimi dieci anni sono oggetto di un lavoro specifico al quale si rimanda (ERCOLANI et alii, in questo volume), ci si limita in questa sede a prendere atto di quali siano le prospettive, tutt’altro che rassicuranti, che emergono dal voluminoso elaborato dell’Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente di Bologna, commissionatale dalla Provincia di Ravenna e finanziata dalla proprietà della cava con un costo di 200 milioni (più I.V.A.) delle vecchie lire.  Nel voluminoso elaborato (160 pagine e 16 tavole) (ARPA ,2001), reso noto al pubblico nell’aprile 2002, lo scenario futuro ipotizzato – ma di fatto a breve termine esecutivo – rimette purtroppo in discussione quanto si riteneva fosse stato definitivamente acquisito per evitare ulteriori scempi nell’area di Monte Tondo: infatti, per consentire alla BPB di poter estrarre circa 4-4,5 milioni di metri cubi di gesso onde garantire la sopravvivenza della cava e degli stabilimenti ad essa collegati per circa trent’anni, l’impatto ambientale sarà devastante, comportando tra l’altro un abbassamento del crinale di 20-30 m da est a ovest.  Scontata, come prevedibile, la soddisfazione degli amministratori locali, mentre per le Associazioni speleologiche con la realizzazione del progetto dell’ARPA s’ingigantiranno il degrado e i danni irreversibili provocati all’emergenza gessosa dallo sfruttamento industriale.  Quest’ultimo doveva essere subordinato alla salvaguardia dell’ambiente; danni che per i nostri amministratori sono eufemisticamente definiti “modificazioni ambientali”, a cui però niente e nessuno saprà mai porre rimedio, meno che mai gli architetti e gli altri “professionisti del paesaggio” che ipotizzano piani di recupero arrivando ad affermare, come avvenuto in un recente passato, che “la natura si può migliorare”.

A fronte di tanti guasti e problemi irrisolti, ben poco di positivo c’era da mettere  sull’altro piatto della bilancia: l’istituzione del Parco Naturale Carné, del Parco Carsico Grotta Tanaccia, del Centro di Documentazione della Vena del Gesso nella Rocca di Riolo Terme e l’inizio dei lavori del progetto Elmi-Vai, elaborato nel lontano 1989, per recuperare la cava del Monticino di Brisighella trasformandola in Parco-Museo geologico.  A divenire Centro di Documentazione era destinata anche l’ex Scuola di Zattaglia, da alcuni anni ristrutturata con fondi pubblici a tal fine espressamente stanziati, ma di fatto a tutt’oggi  utilizzata come sede di un locale Centro sociale.

Nessun altro risultato di rilievo ottennero però i numerosi e qualificati studi comparsi su pubblicazioni aventi lo scopo di sensibilizzare gli amministratori locali, i residenti e l’opinione pubblica sulle peculiarità della V.d.G.; non solo il suo interesse naturalistico per la morfologia carsica unita ai caratteri mineralogici del substrato, ma anche quello culturale dovuto ad altri motivi, dati dai ritrovamenti paleontologici, paletnologici, archeologici, antropologici e dalle vicende storiche che forniscono preziose testimonianze degli ambienti, delle forme di vita e delle culture succedutesi nel corso di alcuni millenni nel suo territorio.

Tali peculiarità, ampiamente documentate in un lavoro edito dieci anni or sono, al quale pertanto si rimanda (BENTINI, 1993, con precedente bibliografia), vengono qui di seguito riprese in esame sinteticamente, con aggiornamenti riguardanti quanto è emerso dalle più recenti ricerche in campo scientifico e rinviando per gli approfondimenti alla bibliografia essenziale citata.

-   Per quanto riguarda la Geologia, l’”emergenza” V.d.G. è stata oggetto di innumerevoli lavori scientifici e divulgativi che, anche soltanto fornendone un elenco in bibliografia, comporterebbero in questa sede uno spazio eccessivo.  Un breve, sintetico, inquadramento con riferimento in particolare ai rapporti tra tettonica e speleogenesi, è contenuto in un lavoro specificamente a ciò deputato (BENTINI, 2003) al quale si rimanda.  Ci si limita perciò a mettere in evidenza uno degli aspetti peculiari di questo ambiente naturale: il suo profilo tipico e classico costituito nella sua forma elementare (Monte Penzola, Riva S.Biagio, Monte Tondo) da un diedro o saliente morfo-paesistico roccioso volto a sud confinato da morfologie più dolci a settentrione, e da quella composita (Monte Mauro, Parco Carné, Monte Rontana) da una serie di salienti rocciosi separati da doline, frutto di interferenza fra sistemi di faglie sub-ortogonali. E’ da segnalare però il recentissimo contributo di ROVERI et alii (2003) che offre una nuova lettura dell’evoluzione tettonica della V.d.G., ipotizzando che il suo assetto attuale sia frutto di scivolamenti gravitativi in ambiente subacqueo. Secondo questa ipotesi le ripetizioni della serie evaporitica attualmente riscontrabili sono precedenti alla fase di sollevamento definitivo e non frutto di quest’ultimo.

-    Per quanto riguarda la Paleontologia, a partire dal 1985 nella cava del Monticino di Brisighella furono portati alla luce straordinari resti fossili di età messiniana finale (circa 5,5-5 Ma fa) di specie faunistiche di ambiente continentale scomparse da tempo: antilopi, rinoceronti, cavalli, formichieri, scimmie, iene, oltre ad un numero elevatissimo di piccoli roditori ed insettivori.  Questi resti fossili furono rinvenuti in sedimenti prevalentemente argillosi che avevano riempito erosioni paleo-carsiche risalenti a 5,5/5,3 Ma fa, costituenti un ambiente favorevole per rapaci e per molti altri animali durante l’emersione intramessiniana della V.d.G., prima che tale ambiente fosse nuovamente sommerso dall’inondazione della massa d’acqua salmastra dell’immenso lago-mare, noto come “Paratetide”, comprendente l’intera pianura pannonica, il mar Nero, il mar Caspio e il lago d’Aral.  Partendo dalla composizione della fauna, è risultato che molte delle specie rinvenute nella cava del Monticino  mostrano una provenienza sud-orientale, dalla Penisola Balcanica e dall’Asia Minore, mentre sono scarse, invece, le affinità con le faune terrestri dell’Europa centro-occidentale, coerentemente con l’imponente “inondazione” dalla Paratetide fino all’Alto Adriatico nel Messiniano tardo.

La straordinaria scoperta fornì tra l’altro l’occasione per lo svolgimento a Faenza, nel marzo 1988, del Congresso Internazionale “Continental Faunas at the Miocene/Pliocene Boundary”, promosso dalle Università di Firenze e di Bologna e dal Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza, i cui Atti sono stati pubblicati l’anno successivo nel Bollettino della Società Paleontologica Italiana.  Un lavoro di sintesi e di aggiornamento è stato inoltre presentato recentissimamente da ROOK & DELFINO  con premessa di inquadramento geologico, aggiornata al 2003, di COSTA (c.d.s.).

-    Per quanto riguarda la componente floro-faunistica, ci si limita a ricordare che a Monte Mauro nidificano varie specie di rapaci, tra cui il gufo reale, e si registrano alcune interessantissime presenze entomologiche, e che vi sono le uniche stazioni nell’Europa occidentale della Cheilantes persica,  una piccola rarissima felce, relitto di epoca terziaria sopravvissuta all’ultima glaciazione o, secondo una recente ipotesi alternativa, introdotta involontariamente tramite spore rilasciate dalle vesti dei Bizantini nel VI sec. d.C., all’epoca dell’Imperatore d’Oriente Tiberio II (578-582), che lungo la V.d.G. organizzò una linea fortificata contro l’invasione longobarda (limes tiberiacus).  Ad ogni modo, note e riconosciute da tempo sono la ricchezza e la peculiarità della flora, della fauna e degli habitat della V.d.G., tali che la zona è stata recentemente riconosciuta quale Sito di Importanza Comunitaria (SIC) per la conservazione del patrimonio ambientale europeo.

-    La V.d.G. è ricca di testimonianze antropiche pre-protostoriche, con una serie di giacimenti all’interno di alcune cavità naturali, fra le quali emergono la Tana del Re Tiberio, la Tanaccia di Brisighella e la Grotta dei Banditi.

La prima fu portata all’attenzione degli studiosi in seguito agli scavi archeologici eseguitivi tra il 1865 e il 1870 da Giacomo Tassinari, Domenico Zauli Naldi e Giuseppe Scarabelli; fondamentale è ancora oggi quello praticato da quest’ultimo, che si spinse fino alla profondità di m 4,96 (SCARABELLI, 1872).

Il riesame effettuato recentemente dei numerosi reperti e dei dati di scavo (BERTANI et alii, 1994; AA.VV., 1996) ha permesso di formulare un’attendibile ipotesi sulle varie fasi di frequentazione della grotta e sulle modalità di utilizzazione: nelle età più remote (tardo Eneolitico – antica età del bronzo) la cavità servì come luogo di sepoltura.  Tra il XVII e il XII sec. a.C. (età del bronzo medio e recente), l’uso sepolcrale cessò e la cavità fu frequentata probabilmente a scopo abitativo.

Nell’età del ferro, se non già a partire dalla tarda età del bronzo, la grotta fu oggetto di manifestazioni di indole religiosa, forse legate allo sgorgare di acque salutari probabilmente raccolte in alcune vaschette nella parete presso l’ingresso, a partire dal VI sec. a.C., col diffondersi del popolamento “umbro” della Romagna; l’esistenza di tale culto è confermata dalla presenza di tre statuette votive di bronzo del V-IV sec. a.C. e dai numerosi vasetti miniaturistici in ceramica d’impasto (oltre 800) interpretati come stipe votiva, venuti in luce nei livelli intermedi, tra circa 1 e 3 m di profondità, le cui tipologie trovano buoni confronti nella facies umbro-romagnola di VI-V sec. a.C..

Dal IV sec. a.C. compaiono i Celti; una traccia della loro devozione è rappresentata da uno dei 3 bronzetti, maschili, che reca al collo un torquis, tipico collare portato dai nuovi dominatori della pianura padana.

A partire dal I sec. a.C. poi il culto delle acque di sorgente derivato dal loro uso terapeutico venne rinvigorito e perpetuato dai coloni romani stanziatisi nella valle del Senio.

Il riconoscimento dell’interesse archeologico della Tanaccia di Brisighella si deve allo speleologo triestino Giovanni “Corsaro” Mornig e al faentino dr. Antonio Corbara che nel 1935 vi effettuarono un sondaggio rinvenendo vasi fittili protostorici, tra cui tre piccoli boccali con ansa a gomito.

Una gran quantità di reperti, fra i quali si segnalano vasellame ceramico, strumenti ed armi litiche, d’osso e di rame, venne in luce solo vent’anni dopo con gli scavi ufficiali promossi dalla Soprintendenza Archeologica (SCARANI, 1962).  I materiali archeologici provenienti da vari livelli fino alla profondità di 4 m attestano una frequentazione umana che risale forse al tardo Eneolitico, ma è particolarmente intensa e qualificata nel Bronzo antico iniziale con l’incontro di varie correnti culturali: la produzione vascolare è infatti in parte simile tipologicamente (ma ad essa estranea) alla facies di Polada, vi sono esemplari di tradizione lagozziana o che presentano fogge e decorazioni dello stile di Conelle, mentre altri ancora sono stati interpretati come una tarda rielaborazione locale della cultura del vaso campaniforme (FAROLFI, 1976; BERMOND MONTANARI, 1990, 1996; MASSI PASI & MORICO, 1997,1998).

L’ipotesi che riscuote i maggiori consensi tra gli studiosi è che in età pre-protostorica la Tanaccia sia stata utilizzata come luogo di sepoltura, essendovi state rinvenute, sparse un po’ ovunque, ossa umane quasi sempre smembrate o frammentate, alcune delle quali semi-combuste.

Nella fase finale dell’antica età del bronzo (tra il 2000 e il 1700 a.C. circa) la cavità venne abbandonata per motivi che alcuni studiosi ritengono culturali, ma che potrebbero invece essere stati determinati da imponenti crolli verificatisi a causa di un forte sisma o di una crisi climatica.  Comunque sia, si riscontra uno hiatus cronologico nei secoli relativi al Bronzo medio (1650-1300 a.C.); infine durante l’età del ferro, durante il popolamento “umbro” della Romagna, la grotta fu frequentata solo sporadicamente, come attestano i pochi materiali rinvenuti nei livelli superficiali che contengono anche reperti di età romana.

Nella Grotta dei Banditi, che si apre nella falesia volta a sud di Monte Mauro, il G.S.Faentino eseguì nel 1973 un saggio di scavo che, nel settore indagato, si spinse fino alla profondità di 3 metri.  In base ai dati emersi da tale scavo e in considerazione della sua felice ubicazione naturalmente difesa e dell’esposizione a mezzogiorno, è stata formulata l’ipotesi che la piccola cavità naturale sia stata utilizzata come abitazione per un arco di tempo che copre probabilmente gli ultimi secoli dell’antica età del bronzo : in tal senso dovrebbero essere interpretati l’ininterrotta serie di focolari contenenti grandi quantità di carbone, cenere ed ossami semi-combusti (resti di pasto) e frammenti ceramici che, ricomposti, hanno restituito ollette in ceramica grezza usate per cuocer cibi, grandi vasi adatti a contenere liquidi e prodotti agricoli e vasi da mensa in ceramica fine e semifine.

Il ritrovamento dei pochi frammenti di ossa umane in buona parte bruciate, riconducibili ad almeno quattro individui, mescolati ai frammenti fittili ed agli ossami di animali all’interno dei focolari, fornirebbero un indizio che nella grotta si svolgessero sacrifici umani, ma non riti connessi a sepolture.

Le testimonianze archeologiche sembrano interrompersi per più di mille anni: anche nel caso della Grotta dei Banditi si verifica infatti un abbandono da imputarsi probabilmente al grande crollo che ha interessato il suo ingresso e che sembra essere coevo a quello di altre grotte della V.d.G., tra cui la Tanaccia.

Una sporadica frequentazione riprese solo con la seconda età del ferro: i ritrovamenti di questo periodo, piuttosto scarsi ed effettuati in corrispondenza degli strati più superficiali, sono riferibili forse agli “umbri” che utilizzarono la grotta per i loro riti (BENTINI, 2002).

Ma anche grotte di più difficile accesso, talune delle quali con  sviluppo prevalentemente verticale, hanno rivelato recentemente elementi che attestano una loro frequentazione da parte dell’uomo in età pre-protostorica.  Si ricorda ad esempio una piccola cavità con nicchie e vaschette scavate nella roccia (Grotta del Falco) individuata a poca distanza dalla Tana del Re Tiberio: i materiali ceramici contenutivi di cronologia oscillante tra l’età del rame avanzata  e gli inizi del Bronzo antico fanno inoltre arretrare l’inizio della frequentazione della cavità, anche se è difficile dire se già a fini cultuali, essendo tali materiali non chiaramente distinguibili da quelli di un abitato (PACCIARELLI, 1994).

Nella seconda età del ferro furono frequentate, probabilmente per compiervi riti la cui natura ci sfugge, altre grotte fra le quali si segnalano in particolare l’Abisso Ricciardi,ove nel 1992 il G.S.Faentino rinvenne una scodella-coperchio fittile, ed una grotticella a pozzo sotto il castello di M.Mauro, ove nel 1996 fu raccolta un’olletta-bicchiere in ceramica d’impasto a corpo ovoide con piccole prese a sporgenza sotto l’orlo: reperti che sono chiaramente in relazione con le testimonianze archeologiche di VI-V sec. a.C. lasciate da genti centro-italiche il cui flusso migratorio, investendo la Romagna, dette un impulso decisivo e radicale al suo popolamento (BENTINI, 1999a).

Un caso a sé stante costituisce la Grotta della Lucerna a Monte Mauro, la cui recente scoperta (novembre 2000) ha dato origine ad uno dei più enigmatici capitoli dell’esplorazione archeologica della V.d.G.: la cavità presenta infatti numerosi tratti allargati dall’uomo, verosimilmente in antico, a partire da fratture naturali preesistenti.

Il rinvenimento di quattro frammenti di una lucerna fittile romana, che per tipologia è riferibile alla tarda età augustea (I-II sec. d.C.), in mezzo ai sedimenti di argilla frammisti a blocchi di gesso ha fatto ipotizzare che anche i lavori di adattamento siano stati effettuati in epoca romana; un elemento a favore di tale ipotesi è la tecnica di scavo, testimoniata dalla tipologia delle incisioni (solchi verticali ad arco ravvicinati e paralleli) perfettamente conservatisi sulle pareti, le quali presentano numerose analogie con quelle visibili nei cunicoli ipogei dell’acquedotto romano di Bologna (DEMARIA, 2000; MARABINI, 2000).

Sta di fatto che si tratta di un’operazione complessa e di lunga durata, anche se lo scopo che si prefiggevano gli ignoti “minatori” resta avvolto nel mistero, che si infittisce ulteriormente per il fatto che,per ragioni altrettanto ignote, i tratti modificati furono poi riempiti con detriti, spessi alcuni metri, prodotti dalle operazioni di scavo.

Ai depositi in grotta si aggiungono i reperti rinvenuti in superficie casualmente e privi di contesto, ma tali da suffragare l’ipotesi che la V.d.G. costituisse in età pre-protostorica un’importante via di comunicazione trasversale alle valli.  Non erano però stati individuati insediamenti veri e propri fino a quando, a fine ottobre 2001, il G.S.Faentino ha rinvenuto a M.Mauro, lungo una parete sub-verticale, sedimenti di origine antropica contenenti frustoli di carbone e frammenti di ceramica inglobati in una frana che ha coinvolto i livelli archeologici di un sovrastante stretto pianoro situato poco al di sotto della linea di cresta.  Una parte consistente di frammenti fittili si trovava inoltre sulla superficie di un cono detritico all’interno di una grotticella che si apre alla base dello strapiombo.  I reperti sono riferibili per tipologia a vasellame del Bronzo medio, una fase della protostoria documentata nella V.d.G. soltanto alla Tana del Re Tiberio.

-     Un aspetto della V.d.G. al quale fino a pochi anni fa non era stato dato il giusto rilievo è quello di carattere storico/militare.  L’affioramento selenitico costituì in epoca storica un baluardo di grande importanza strategica a partire dal V-VI sec. d.C., quando sembra che anche in questi luoghi si combattesse la lunga guerra (535-553) tra Goti e Bizantini, che portò alla riconquista giustinianea dell’Italia.

Un’importanza primaria la V.d.G. l’ebbe però certamente pochi anni dopo in seguito all’invasione longobarda, che dalla Toscana minacciava la stessa capitale dell’Esarcato, Ravenna.  Ciò spiega la risolutezza con la quale l’imperatore Tiberio II (578-582) fece fortificare una linea difensiva – chiamata in suo onore limes tiberiacus – attestata sui rilievi della Vena.  Da qui partì tra l’altro la controffensiva ravennate che respinse i longobardi da Imola e Modena.  Né miglior sorte ebbe la ripresa delle ostilità all’epoca di Liutprando nel 727, che non riuscì a scardinare le fortificazioni del limes incentrate sul presidio militare di Faenza.

La V.d.G. fu dunque la prima “Linea Gotica” (o meglio “Longobardica”) e vari autori da tempo sostengono che il sistema di castelli e rocche medievali, i cui ruderi svettano tuttora sulla dorsale selenitica, siano in realtà una sovrapposizione a precedenti fortificazioni bizantine (PADOVANI, 1996, 1999).

Universalmente conosciuta è invece la Linea Gotica della Seconda Guerra Mondiale (Götenstellung), sistema difensivo tedesco che tagliava l’Italia per una lunghezza di 320 km dalle rive del Tirreno (all’altezza di Massa Marittima) a quelle dell’Adriatico (pochi km a sud di Rimini), l’ultimo ostacolo che impediva agli Alleati di dilagare nella pianura padana.  In seguito agli attacchi della V Armata americana sul versante toscano e principalmente dell’VIII Armata britannica su quello adriatico il tracciato subì diversi arretramenti verso nord, ma venne sempre coerentemente definito Linea Gotica.  All’altezza del Senio e del Santerno, nell’inverno 1944 la spinta degli Alleati si esaurì in corrispondenza della V.d.G., frettolosamente fortificata dai Tedeschi poiché questo tratto del fronte risultava di particolare sensibilità e delicatezza, rappresentando il settore di saldatura fra il dispositivo appenninico e quello di pianura della Linea Gotica.  Così la linea del fronte ristagnò fino all’aprile del ’45, quando gli Alleati scatenarono l’offensiva che stroncò l’ultima resistenza tedesca con la conseguente capitolazione che pose fine alla guerra in Italia.

 

Tornando al tormentato iter istitutivo del parco della discordia, riprendiamo le mosse dal 1997, anno in cui l’Amministrazione Provinciale di Ravenna sottoponeva, perché fosse discusso, alle comunità locali, l’ennesimo progetto preliminare di Piano Territoriale del Parco della V.d.G. promosso da tutti gli enti territorialmente interessati, compresa la Regione, e redatto da uno staff tecnico coordinato dall’architetto Ermino Ferrucci; proposta che – come riconosciuto dallo stesso assessore provinciale all’ambiente Vittorio Ciocca – ne ridimensionava e riduceva l’ampiezza a quelle che sarebbero state le effettive aree naturalistiche.  L’area destinata a parco si sarebbe limitata a soli 1.480 ettari (contro i 6.000 del vecchio “Progetto Rosini”) suddivisa in tre zone: la prima, ridottissima, coincidente con l’orrido del Rio Basino; la seconda, di protezione generale, comprendente l’emergenza gessosa, ove sarebbero state vietate nuove costruzioni o ampliamenti di quelle esistenti e sarebbe stata permessa un’attività agricola non estensiva; la terza con una protezione più attenuata dove sarebbero state consentite costruzioni ed ampliamenti compatibili con l’attività del parco.  Infine veniva individuata un’”area contigua” di circa 3.852 ettari, per la quale l’unico vincolo sarebbe stato rappresentato dal parere che sui piani regolatori comunali avrebbe dovuto esprimere l’Ente Parco, un consorzio da costituirsi ad opera degli enti locali.

Le Associazioni naturalistiche e protezionistiche faentine (WWF, Italia Nostra, Legambiente e G.S.Faentino) ed il C.A.I. di Imola, ritenendo che la proposta fosse carente e lacunosa dal punto di vista della tutela del territorio, inoltravano alla Provincia una serie di osservazioni molto critiche, che qui di seguito si sintetizzano:

- la zona di massima tutela avrebbe dovuto essere estesa a diversi altri ambienti,  sia pur di limitata estensione, ripetutamente segnalati per le loro peculiari caratteristiche;

- la cosiddetta “zona B” si limitava praticamente alle rupi del versante nord ed al crinale principale, mentre avrebbe dovuto estendersi ad altri importanti settori;

-  non venivano recepiti i vincoli istituiti con i decreti ministeriali emanati ai sensi della L. 29/6/1939 n°1497 e dal Piano Territoriale Paesistico Regionale;

-  i confini proposti, anziché avere una visione unitaria dell’area da proteggere, erano stati tracciati tenendo in considerazione quelli di proprietà: così ad es. la cava di Monte Tondo veniva stralciata non sulla base dell’area soggetta ad attività estrattiva e quindi già compromessa, ma ricalcando i confini molto più ampi dell’intera proprietà;

-  le cosiddette “aree contigue” apparivano come un’invenzione infelice e cervellotica senza alcun riscontro nelle normative esistenti in materia, tendenti anzi a svuotare di contenuto il concetto stesso di parco naturale.

-  In conclusione, questo progetto non garantiva alcun reale progresso nella salvaguardia del territorio, ma segnava anzi un passo indietro dando vita solo ad un simulacro di facciata; inoltre appariva come un prematuro esercizio di Piano Territoriale del Parco che scavalcava le competenze dell’Ente di gestione, ancora da istituire.

Il dibattito apertosi non superò comunque la situazione di stallo, poiché le distanze fra gli enti promotori ed i residenti, così come con le associazioni di categoria – agricoltori e cacciatori in primo luogo – non si ammorbidirono.  D’altra parte, mentre la Comunità Montana dell’Appennino faentino aveva approvato a larga maggioranza il documento, i sindaci delle vallate del Lamone e del Senio si erano pronunciati in modo diverso, con una presa di posizione netta e decisamente favorevole al parco soltanto da parte dell’allora sindaco di Riolo Terme Valeriano Solaroli.

Anche nel mondo ambientalista non vi era unanimità, ritenendosi da parte di alcune associazioni che, pur essendo il nuovo progetto limitato per quantità di aree da tutelare, fosse meglio partire con pochi ettari che continuare a rimandare, mentre i più oltranzisti – fra i quali uno degli autori della presente nota (L.B.) – provocatoriamente sostenevano che un tale parco non si dovesse fare perché c’era il rischio che non recepisse, o addirittura aggirasse, i vincoli della normativa preesistente ed inoltre perché un parco fatto male può essere peggio di niente (BASSI, 1994; BENTINI, 1999b).

Così stando le cose, nel marzo 1998 l’allora presidente della Provincia di Ravenna Gabriele Albonetti, nel suo intervento in occasione dell’inaugurazione del Centro di documentazione della Vena del Gesso a Riolo Terme, riconosceva che mentre si assisteva ad un vero e proprio proliferare di iniziative collaterali ad opera di comitati di volontari, citando come esempi il Parco naturale Carné, il Parco carsico della Tanaccia di Brisighella, “Speleopolis” di Casola Valsenio ed i precedenti raduni, il nocciolo dell’idea, e cioè l’istituzione del parco, non era mai stato raggiunto per le carenze dell’ente pubblico istituzionalmente preposto.  E riconoscendo che un parco fatto male non è meglio di niente, ma anzi può risultare controproducente, per arrivare ad un’idea di parco condivisa e non imposta proponeva di ripartire da zero e invitava a vedere il parco stesso sotto un’ottica nuova, quella cioè basata non sui vincoli, ma sulle opportunità di sviluppo, di incentivi e di nuove risorse.

Nel tentativo di superare l’empasse, nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Ravenna, adottato dal Consiglio Provinciale il 29 giugno 1999, successivamente adottato dalla Giunta e vigente dal 23 febbraio 2000, veniva inserito un nuovo elaborato corredato da una cartografia (pressoché illeggibile) illustrante l’ennesima proposta di zonizzazione del Parco della V.d.G.  Essendone fortunosamente venuti a conoscenza, il G.S.Faentino e lo Speleo GAM Mezzano, lamentando che ancora una volta, secondo una prassi consolidata, da parte degli estensori del progetto si manifestava la volontà di escludere le associazioni naturalistiche, decidevano di intervenire comunque rivendicando il diritto di essere coinvolti.

A tempo di record veniva elaborata una controproposta di parco (G.S.FAENTINO, SPELEO GAM MEZZANO, 2000) nella quale veniva contestato, poiché in netto contrasto con le peculiarità della V.d.G., il progetto di zonizzazione “a pelle di leopardo”, che inseriva ampie fasce in “zona C”, a protezione attenuata, nel cuore dell’affioramento selenitico, come previsto ad es. per i “Gessi di Brisighella” tra i Tre Colli e Case Trebbo-Varnello.  Inoltre non si teneva nel debito conto l’esistenza dei ben noti vincoli gravanti sull’area, come nel caso del settore di Monte Tondo con il grandioso complesso carsico facente capo alla Tana del Re Tiberio.

Nel lavoro delle associazioni speleologiche venivano cartografate dettagliatamente, usando come base la C.T.R. 1 : 5000, la forra del Rio Basino, la rupe di Castelnuovo-Rio Cavinale ed i canaloni sud compresi tra la prima e la terza cima di Monte Mauro (la cui estensione complessiva non supera i 25 ettari), per i quali veniva richiesto il massimo grado di tutela, date le peculiari caratteristiche geomorfologiche ed ambientali che li rendono habitat unici non riscontrabili altrove a scala europea: le prime due aree conservano, infatti, un singolare connubio di elementi mediterranei e centro europei rari, favorito dal condizionamento microclimatico indotto dalle grotte; il canalone rappresenta invece il più spettacolare esempio di falesie a carattere mediterraneo della V.d.G., con rara ma diversificata vegetazione e presenze uniche quali la felce Cheilantes persica.

Quanto alla “Zona B” di protezione generale, in essa doveva necessariamente comprendersi l’intero affioramento gessoso che si sviluppa tra Lamone e Sillaro, poiché la V.d.G. consiste in un’unità geomorfologica e fitogeografica avente carattere di omogeneità e continuità: a livello di pianificazione, ciò che avvalora tale necessità concilia infatti le due caratteristiche fondamentali di preservare l’integrità dei corridoi ecologici esistenti (forre,foreste, affioramenti rocciosi e incolti) e la continuità dei sistemi carsici (doline,valli cieche, inghiottitoi, risorgenti) che costituiscono l’ossatura e la vera continuità ambientale della V.d.G..

Sull’allegata cartografia in scala 1 : 25.000 veniva tracciata la perimetrazione proposta, comprendente anche la “Zona C” di protezione ambientale, con alcuni insediamenti rurali e aziende agricole, aree di elezione per forme di valorizzazione turistica e colturale ecocompatibili, cioè nel rispetto di generali finalità ambientali, rese ancor più necessarie dalle diffuse condizioni di vulnerabilità idrogeologica e, talora, di instabilità dei versanti.  Non si riteneva invece opportuno formulare proposte per l’area da destinarsi a preparco.

Va sottolineato che il progetto di parco elaborato dagli speleologi è stato il solo proposto in alternativa a quello di iniziativa popolare, mentre da parte delle pur numerose associazioni ambientaliste gli interventi si sono limitati a generiche manifestazioni di protesta.

La proposta contenuta nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale veniva però superata da un nuovo progetto di legge, questa volta di iniziativa popolare, di cui si erano fatte promotrici le Amministrazioni provinciali di Ravenna e di Bologna sia perché si rischiava di perdere i previsti finanziamenti, sia tenendo conto della proposta di riconoscimento di Sito di Interesse Comunitario (D.M. 3 aprile 2000, n.65) ai sensi delle Direttive 92/43/CEE “Habitat” e 79/409/CEE “Uccelli”, il che rendeva ancor più opportuna e urgente l’istituzione di un’area protetta.

La bozza definitiva del progetto di legge e il Documento programmatico del parco, datati 5 marzo 2002, venivano illustrati nella primavera successiva nel corso di numerosi incontri ai quali venivano invitati, separatamente, i rappresentanti delle associazioni agricole, venatorie ed ambientaliste.  In tali elaborati l’area del parco è stata suddivisa in 4 zone, con relative norme di salvaguardia via via più attenuate, precisando che alla perimetrazioni e zonizzazione definitiva si sarebbe proceduto però solo in sede di approvazione del Piano Territoriale.

- In Zona A, di protezione integrale, di complessivi ha 52, recependo le richieste delle Associazioni speleologiche sono state inserite la forra del Rio Basino, la rupe di Castelnuovo-Rio Cavinale ed i canaloni di Monte Mauro, oltre che le rupi della Riva S.Biagio proposte da Imola.

- In Zona B, di protezione generale (corrispondente alla “zona di tutela naturalistica”, tutelata dal Piano Territoriale Paesistico Regionale con il vincolo ambientale imposto dall’art. 25) ricadono ha 738.

- In Zona C, di protezione e valorizzazione agroambientale (corrispondente alla “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale” del PTPR, art. 19) che per una minor protezione accordata dovrebbe invece coincidere col preparco, ha 1.256.

- In Preparco, ove tra l’altro è ammessa la caccia privilegiando i residenti, ha 4.123, pletorici rispetto ai soli ha 2.046 del parco vero e proprio.

La mancanza di corrispondenza tra zone di tutela naturalistica e zone di Parco viene esplicitamente ammessa dagli estensori del Documento programmatico, che però minimizzano tale discrepanza con l’affermare che essa «riguarda per lo più situazioni poco significative dal punto di vista qualitativo e quantitativo (dintorni di abitazioni, piccoli poderi), ad eccezione della zona della cava di Monte Tondo.  Queste e altre situazioni verranno affrontate dal Piano Territoriale del Parco (PTP) mediante una normativa adeguata».

Un parco siffatto non è certamente quello che avrebbero voluto le associazioni naturalistiche e quelle speleologiche in particolare, le quali considerano pertanto il progetto solo come un punto di partenza, sperando che possa essere migliorato in sede di redazione del Piano Territoriale.  Si critica in particolare la zonizzazione (come appena evidenziato nel commento ad essa relativo), il mancato riconoscimento della necessità di preservare l’integrità dei corridoi ecologici e lo squilibrio esistente tra parco vero e proprio e preparco, essendovi il fondato sospetto che si vogliano dirottare verso quest’ultimo finanziamenti, indennizzi e agevolazioni in genere previste per aree protette, su terreni non aventi tali caratteristiche e magari a favore di residenti schierati irriducibilmente contro l’istituzione del parco.

Inoltre non vengono affrontati con la sensibilità necessaria per una realtà estremamente fragile come la V.d.G. i problemi rappresentati e dalla caccia, riducendosi l’istituzionalizzazione del parco a mera entità di sviluppo economico e a polo di attrazione per un massiccio afflusso di turisti (considerati anch’essi come risorsa economica), senza tenere nel debito conto l’esigenza prioritaria della salvaguardia e tutela della natura in tutti i suoi aspetti e dall’importanza della ricaduta culturale derivante dall’approfondimento degli studi delle peculiarità ambientali e storiche.  Si rileva infine che il previsto organo di governo del parco è eccessivamente subalterno alle amministrazioni locali, non consentendo quindi una soddisfacente programmazione del territorio.

 

Quanto al “fronte del no”, la stampa locale ha dato ampio risalto alle manifestazioni e proteste delle Associazioni degli agricoltori e dei cacciatori, sostenute dalle forze politiche di centro-destra, che si sono strumentalmente appropriate, per catturare voti, delle argomentazioni “terroristiche” che per alcuni lustri erano state portate avanti dal centro-sinistra.  Questi sono infatti i principali motivi di opposizione espressi dal Comitato NO Parco mobilitatosi in provincia di Ravenna e del Comitato per la montagna in provincia di Bologna:

-          sul piano politico è mancato il confronto;

-          la volontà degli enti locali di istituire il parco si concretizzerà in un’imbalsamazione del territorio;

-          è necessario comunque avere una precisazione su come si intenda sostenere gli indennizzi dei danni causati dalla selvaggina, che tenderanno ad aumentare;

-          manca una reale volontà di destinare risorse aggiuntive e maggiori punteggi di priorità alle aziende all’interno dell’area;

-          i parchi istituiti nella Regione E.R. non si sono rivelati un’occasione di sviluppo ma sono stati causa solo di attività repressive volte a favorire la dismissione socioeconomica, con scarse e generiche compensazioni di tipo ecoturistico;

-          nelle condizioni attuali, il Parco della V.d.G. servirebbe solo per realizzare l’ennesimo “carrozzone” politico, per accontentare 38 persone, finanziato con i soldi dei residenti;

-          infine, qualora tale parco dovesse essere comunque imposto, trattandosi di area prevalentemente agricola di proprietà privata e non demaniale, come invece prevedono le direttive nazionali, il 51% del potere gestionale dovrà conseguentemente essere affidato alle organizzazioni degli agricoltori.

Malgrado tale orchestrata campagna “terroristica” non si sia placata e le manifestazioni di piazza siano continuate ad oltranza, con le deliberazioni delle Amministrazioni provinciali di Ravenna e di Bologna, dei Comuni di Brisighella, Riolo Terme, Casola Valsenio, Borgo Tossignano e Casalfiumanese e delle Comunità Montane della valle del Santerno e dell’Appennino faentino, l’iter di proposta di istituzione del Parco della V.d.G. si è concluso e gli atti deliberativi sono stati inviati il 26/06/2002 al Consiglio regionale che con delibera dell’Ufficio di Presidenza n.186 del 19/11/2002 ha rinviato la proposta di legge all’attenzione della Commissione del Territorio Ambiente e Infrastrutture, abbinandola all’analogo progetto dei Verdi presentato dalla capogruppo Daniela Guerra il 20/02/2001; quest’ultimo rispecchia quello presentato nel 1993 da Galletti che si basava sulla delimitazione stabilita dal Piano Territoriale Paesistico Regionale, ma che non era mai stato discusso benché fosse stato riproposto nelle successive legislature ( e che a nostro avviso non ha alcuna probabilità di essere recepito, prevedendo per il Parco un’area ben più vasta rispetto a quella del progetto degli Enti locali, che ne riduce invece notevolmente la parte organica).

Secondo l’assessore provinciale all’ambiente Maurizio Filipucci «con il progetto di legge degli Enti locali si è arrivati ad un buon risultato, purtroppo non colto fino in fondo in tutta la sua portata stante vecchi timori dettati da quasi trent’anni di discussioni che parlavano un linguaggio prevalentemente vincolistico.  L’idea che sta alla base del progetto attuale è di fare del parco un luogo che sia lontano da logiche di museo e di pura conservazione, ma un luogo vivo che valorizzi appieno le produzioni di qualità in un sistema virtuoso che possa accrescere la redditività della collina, con una più forte partecipazione delle popolazioni locali, una maggiore autonomia degli enti di gestione, una corretta gestione del territorio anche da un punto di vista faunistico unitamente agli ambiti territoriali di caccia» (FILIPUCCI, 2002).

A Filipucci ha replicato G.P.Costa, responsabile operativo del Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza, contestandogli che non verrà mai troppo sottolineato come vincoli di tutti i generi (idrogeologici, paesaggistici, archeologici, statali e regionali) sulla dorsale gessosa esistono già e da decenni, sostanzialmente ignorati perché la V.d.G. è rimasta fortunosamente una sorta di terra di nessuno e se non ci fossero state cave, porcilaie ed altri utilizzi incompatibili con l’ambiente come tagli indiscriminati di boschi etc. etc. la spinta alla tutela della “Vena” da parte degli speleologi sarebbe stata forse meno intensa e costante nel tempo.

Che gli speleologi siano stati da sempre la punta di diamante fra le associazioni impegnate nella salvaguardia della V.d.G. non deve comunque meravigliare se si pensa che si tratta di un’area eminentemente carsica, ove nella sua pur limitata estensione sono concentrate oltre duecento grotte il cui sviluppo complessivo supera i 40 km e che tra i vincoli gravanti su tale area è di fondamentale importanza D.M. in data 12/12/1975 del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali con espresso riferimento al valore panoramico non solo paesistico e naturalistico, ma anche speleologico.

E malgrado l’assicurazione che entro l’estate 2003 dovrebbe concludersi l’iter istitutivo, gli speleologi esprimono forti dubbi motivati da quanto l’assessore regionale all’agricoltura e all’ambiente Guido Tampieri ha reso noto nel suo intervento alla tavola rotonda su “Ambiente e uomo nella Vena del Gesso romagnola“ - Casola Valsenio, 9/11/2002 - e cioè che il progetto viene portato avanti contestualmente alle preannunciate modifiche alla legge regionale sui parchi, per far sì che quello della V.d.G. decolli già con la nuova normativa.  E quest’ultima sembra prevedere un rafforzamento della partecipazione diretta degli agricoltori.

Verrebbe così recepito dalla regione il diktat di questi ultimi, alla faccia della tutela dell’ambiente e della valorizzazione compatibile del territorio!

E per concludere degnamente l’annosa “querelle”, all’udienza conoscitiva sull’istituzione del parco indetta il 28/2/2003 a Bologna dalla Commissione Territorio Ambiente Infrastrutture della regione, la dott.sa Marta Farolfi, esponente di A.N. e presidente del Comitato NO parco - e le varie associazioni di agricoltori intervenute - si sono fatte forza della preannunciata nuova legge regionale che eliminerà tutti i vincoli esistenti nella precedente per chiedere la sospensione dell’istituzione del parco almeno fino a quando essa sarà approvata.

Ci si chiede allora: ci sarà un rinvio alle Calende greche? A forza di proposte ambigue e poco coerenti, con ampi margini compromissori, a forza di opposizioni preconcette e becere basate su facili populismi, a forza di “aggiustamenti” già preannunciati in sede di redazione del Piano Territoriale del parco, non si arriverà allo stravolgimento anche di quanto era stato faticosamente acquisito?

Al Congresso per il Centenario della Società Geologica Italiana tenutosi a Bologna dal 23 al 26 settembre 1982, il Gruppo Speleologico Faentino presentò un poster che in calce ad un’eclatante immagine di un angolo ancora integro della V.d.G. invocava come extrema ratio per la sua sopravvivenza l’intervento divino : «GOD SAVE THE GESSI» ; ora come allora.

 

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Speleo GAM Mezzano