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Atti del Simposio internazionale su: LE AREE CARSICHE GESSOSE NEL MONDO, LA LORO PROTEZIONE E FRUIZIONE TURISTICA. Bologna, agosto 2003 (In corso di pubblicazione) |
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IL
TORMENTATO ITER DELL’ISTITUZIONE DEL PARCO NATURALE REGIONALE DELLA VENA
DEL GESSO ROMAGNOLA
Luciano Bentini (Gruppo Speleologico Faentino), Piero Lucci (Speleo GAM
Mezzano) Parole
chiave: Vena del Gesso; Parco carsico RIASSUNTO
– Nell’ormai lontano 1983 F. Ricci Lucchi e G.B. Vai pubblicavano un
lavoro dal significativo titolo La Vena del Gesso: un’ «emergenza», ma
in che senso?, ispirato dal clima di roventi polemiche che vedeva
schierati in campo avverso naturalisti e protezionisti a favore
dell’istituzione di un parco naturale e contrari alla sua realizzazione
amministratori, cavatori, agricoltori e cacciatori.
Nell’ormai
lontano 1983 F. Ricci Lucchi e G.B. Vai pubblicavano un lavoro dal
significativo titolo La Vena del Gesso: un’«emergenza», ma in che
senso?, chiarendo che nel linguaggio tecnico di chi percorre e studia il
territorio, cataloga beni culturali ecc., un’emergenza è un aspetto, un
carattere, un oggetto di particolare significato e che la Vena del Gesso
romagnola non manca certo di aspetti naturalistici e culturali che
“emergono”, ma che purtroppo vi è anche un’altra emergenza, nel
senso di crisi, segnale d’allarme, pericolo di distruzione o per lo meno
deturpazione irreversibile di quest’oggetto unico e singolare.
E non fu certamente per puro caso che tale lavoro venisse edito
mentre infuriava la rovente polemica che vedeva schierati in campo avverso
naturalisti e protezionisti a favore di un parco naturale e contrari alla
sua realizzazione amministratori locali, agricoltori, cacciatori e
cavatori. Malgrado
l’idea di salvaguardare la V.d.G. risalisse alla metà degli anni
Sessanta e l’esistenza di vincoli paesistici ed archeologici, solo agli
inizi degli anni Ottanta le Province di Ravenna e di Bologna prospettarono
finalmente l’esigenza di istituire il parco alla Regione.
Quest’ultima stanziò i fondi per studi e ricerche e nel novembre
1982 fu presentato l’elaborato finale del quale aveva ricevuto
l’incarico di coordinatore l’architetto Rino Rosini di Bologna.
Di tale progetto i naturalisti contestarono in primo luogo
l’affermazione che i parchi e le riserve naturali non debbano escludere
aprioristicamente alcune attività umane, comprese quelle che per
tradizione hanno svolto un ruolo maggiormente distruttivo per l’ambiente
(cioè l’attività estrattiva), criticando inoltre il previsto organo di
gestione essenzialmente politico, più sensibile ad interessi di campanile
che non a quelli di conservazione e la proposta di istituire, nei
territori circostanti l’area protetta, una vera e propria zona di
ripopolamento e cattura che avrebbe generato una notevole perturbazione
nelle comunità biologiche autoctone.
Ma fu soprattutto l’aspra avversione dei residenti sobillati da
“gruppi di pressione” facilmente identificabili che con capillare
opera di disinformazione e orchestrate campagne allarmistiche dipingevano
il parco come il nemico del tempo libero e di qualsiasi attività
economica, a far affossare il progetto che parte degli stessi Enti
promotori, in primo luogo la Provincia di Ravenna. Ma
il problema si ripropose per l’obbligo fatto alle Regioni dalla “Legge
Galasso” di approvare i Piani Paesistici Territoriali entro il 31
dicembre 1986; conseguentemente la V.d.G. venne inserita in area di
“tutela naturalistica generale”.
Furono così elaborati vari progetti commissionati dalla Provincia
di Ravenna tra il 1987 e il 1989, quasi sempre palesi tentativi di eludere
la legge e miseramente naufragati o non resi operativi.
Anche il progetto di legge che recepiva in toto le richieste e le
perimetrazioni elaborate dai protezionisti – in primo piano gli
speleologi – presentato dal Gruppo Verde al Consiglio Regionale sul
finire del 1992, veniva vanificato dall’inerzia della Provincia di
Ravenna. Nel
frattempo la V.d.G. continuava a subire gravi attentati, quali i
sistematici inquinamenti delle acque ad opera di tre porcilaie, il
progetto (sventato su iniziativa degli speleologi) di stoccare rifiuti
nocivi e tossici nelle gallerie abbandonate della cava di Monte Tondo, la
“cantina”-galleria mineraria KNAUF a Monte Mauro, il traliccio ENEL a
Monte Rontana, l’abbattimento dei superstiti ruderi della Pieve di
S.Maria Assunta, annessa canonica e cimitero a Monte Mauro (salvo poi
ricostruire il tutto in cemento armato e mattoni forati come sta
attualmente avvenendo). Rimanevano
poi irrisolti tutti i problemi creati dalla presenza della cava di Monte
Tondo nel cuore del parco in discussione, individuata dal Piano
Territoriale Regionale del 1989 come polo unico per l’estrazione del
gesso, scelta ribadita dal Piano Infraregionale della Provincia di Ravenna
nel 1991.
Conseguentemente le norme di attivazione del Piano Paesistico
Regionale hanno stabilito che gli strumenti di pianificazione (PAE)
possano prevedere attività estrattiva nelle aree protette qualora sia
valutato non altrimenti soddisfacente il fabbisogno dei diversi materiali. In
mancanza di qualsiasi serio controllo da parte delle amministrazioni
locali a ciò deputate, da sempre la proprietà della cava ha commesso
ogni sorta di abuso, provocando danni irreparabili con veri e propri colpi
di mano.
L’ultimo eclatante episodio divenne di dominio pubblico quando,
il 7 luglio 1992, l’allora sindaco di Riolo Terme Diego Garavini emise
un’ordinanza per concedere una sanatoria – abusiva e illegittima –
per gli ultimi cinque anni di attività estrattiva (dall’ottobre 1987 al
giugno 1992) che non era mai stata autorizzata.
La sera precedente, in una pubblica assemblea a Riolo Terme durante
la quale gli venne contestata tale macroscopica violazione di legge,
Garavini ricevette il diploma di “Porco della Vena del Gesso”
istituito dal Gruppo Speleologico Faentino, da conferirsi ai politici che
maggiormente si fossero distinti nella devastazione dei Gessi romagnoli. La
situazione non è sostanzialmente migliorata da quando la VIC Italia,
emanazione della multinazionale inglese BPB, è risultata vincente nei
confronti di quella tedesca KNAUF nell’aggiudicarsi, nell’agosto 1993,
la proprietà della cava di Monte Tondo messa in vendita dall’ANIC
Partecipazioni del Gruppo ENICHEM. Poiché
le vicende che si susseguirono negli ultimi dieci anni sono oggetto di un
lavoro specifico al quale si rimanda (ERCOLANI et alii, in questo volume),
ci si limita in questa sede a prendere atto di quali siano le prospettive,
tutt’altro che rassicuranti, che emergono dal voluminoso elaborato
dell’Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente di Bologna,
commissionatale dalla Provincia di Ravenna e finanziata dalla proprietà
della cava con un costo di 200 milioni (più I.V.A.) delle vecchie lire.
Nel voluminoso elaborato (160 pagine e 16 tavole) (ARPA ,2001),
reso noto al pubblico nell’aprile 2002, lo scenario futuro ipotizzato
– ma di fatto a breve termine esecutivo – rimette purtroppo in
discussione quanto si riteneva fosse stato definitivamente acquisito per
evitare ulteriori scempi nell’area di Monte Tondo: infatti, per
consentire alla BPB di poter estrarre circa 4-4,5 milioni di metri cubi di
gesso onde garantire la sopravvivenza della cava e degli stabilimenti ad
essa collegati per circa trent’anni, l’impatto ambientale sarà
devastante, comportando tra l’altro un abbassamento del crinale di 20-30
m da est a ovest.
Scontata, come prevedibile, la soddisfazione degli amministratori
locali, mentre per le Associazioni speleologiche con la realizzazione del
progetto dell’ARPA s’ingigantiranno il degrado e i danni irreversibili
provocati all’emergenza gessosa dallo sfruttamento industriale.
Quest’ultimo doveva essere subordinato alla salvaguardia
dell’ambiente; danni che per i nostri amministratori sono
eufemisticamente definiti “modificazioni ambientali”, a cui però
niente e nessuno saprà mai porre rimedio, meno che mai gli architetti e
gli altri “professionisti del paesaggio” che ipotizzano piani di
recupero arrivando ad affermare, come avvenuto in un recente passato, che
“la natura si può migliorare”. A
fronte di tanti guasti e problemi irrisolti, ben poco di positivo c’era
da mettere
sull’altro piatto della bilancia: l’istituzione del Parco
Naturale Carné, del Parco Carsico Grotta Tanaccia, del Centro di
Documentazione della Vena del Gesso nella Rocca di Riolo Terme e
l’inizio dei lavori del progetto Elmi-Vai, elaborato nel lontano 1989,
per recuperare la cava del Monticino di Brisighella trasformandola in
Parco-Museo geologico.
A divenire Centro di Documentazione era destinata anche l’ex
Scuola di Zattaglia, da alcuni anni ristrutturata con fondi pubblici a tal
fine espressamente stanziati, ma di fatto a tutt’oggi
utilizzata come sede di un locale Centro sociale. Nessun
altro risultato di rilievo ottennero però i numerosi e qualificati studi
comparsi su pubblicazioni aventi lo scopo di sensibilizzare gli
amministratori locali, i residenti e l’opinione pubblica sulle
peculiarità della V.d.G.; non solo il suo interesse naturalistico per la
morfologia carsica unita ai caratteri mineralogici del substrato, ma anche
quello culturale dovuto ad altri motivi, dati dai ritrovamenti
paleontologici, paletnologici, archeologici, antropologici e dalle vicende
storiche che forniscono preziose testimonianze degli ambienti, delle forme
di vita e delle culture succedutesi nel corso di alcuni millenni nel suo
territorio. Tali
peculiarità, ampiamente documentate in un lavoro edito dieci anni or
sono, al quale pertanto si rimanda (BENTINI, 1993, con precedente
bibliografia), vengono qui di seguito riprese in esame sinteticamente, con
aggiornamenti riguardanti quanto è emerso dalle più recenti ricerche in
campo scientifico e rinviando per gli approfondimenti alla bibliografia
essenziale citata. -
Per quanto riguarda la Geologia, l’”emergenza” V.d.G. è
stata oggetto di innumerevoli lavori scientifici e divulgativi che, anche
soltanto fornendone un elenco in bibliografia, comporterebbero in questa
sede uno spazio eccessivo.
Un breve, sintetico, inquadramento con riferimento in particolare
ai rapporti tra tettonica e speleogenesi, è contenuto in un lavoro
specificamente a ciò deputato (BENTINI, 2003) al quale si rimanda.
Ci si limita perciò a mettere in evidenza uno degli aspetti
peculiari di questo ambiente naturale: il suo profilo tipico e classico
costituito nella sua forma elementare (Monte Penzola, Riva S.Biagio, Monte
Tondo) da un diedro o saliente morfo-paesistico roccioso volto a sud
confinato da morfologie più dolci a settentrione, e da quella composita
(Monte Mauro, Parco Carné, Monte Rontana) da una serie di salienti
rocciosi separati da doline, frutto di interferenza fra sistemi di faglie
sub-ortogonali. E’ da segnalare però il recentissimo contributo di
ROVERI et alii (2003) che offre una nuova lettura dell’evoluzione
tettonica della V.d.G., ipotizzando che il suo assetto attuale sia frutto
di scivolamenti gravitativi in ambiente subacqueo. Secondo questa ipotesi
le ripetizioni della serie evaporitica attualmente riscontrabili sono
precedenti alla fase di sollevamento definitivo e non frutto di
quest’ultimo. -
Per quanto riguarda la Paleontologia, a partire dal 1985 nella cava
del Monticino di Brisighella furono portati alla luce straordinari resti
fossili di età messiniana finale (circa 5,5-5 Ma fa) di specie
faunistiche di ambiente continentale scomparse da tempo: antilopi,
rinoceronti, cavalli, formichieri, scimmie, iene, oltre ad un numero
elevatissimo di piccoli roditori ed insettivori.
Questi resti fossili furono rinvenuti in sedimenti prevalentemente
argillosi che avevano riempito erosioni paleo-carsiche risalenti a 5,5/5,3
Ma fa, costituenti un ambiente favorevole per rapaci e per molti altri
animali durante l’emersione intramessiniana della V.d.G., prima che tale
ambiente fosse nuovamente sommerso dall’inondazione della massa
d’acqua salmastra dell’immenso lago-mare, noto come “Paratetide”,
comprendente l’intera pianura pannonica, il mar Nero, il mar Caspio e il
lago d’Aral.
Partendo dalla composizione della fauna, è risultato che molte
delle specie rinvenute nella cava del Monticino
mostrano una provenienza sud-orientale, dalla Penisola Balcanica e
dall’Asia Minore, mentre sono scarse, invece, le affinità con le faune
terrestri dell’Europa centro-occidentale, coerentemente con
l’imponente “inondazione” dalla Paratetide fino all’Alto Adriatico
nel Messiniano tardo. La
straordinaria scoperta fornì tra l’altro l’occasione per lo
svolgimento a Faenza, nel marzo 1988, del Congresso Internazionale
“Continental Faunas at the Miocene/Pliocene Boundary”, promosso dalle
Università di Firenze e di Bologna e dal Museo Civico di Scienze Naturali
di Faenza, i cui Atti sono stati pubblicati l’anno successivo nel
Bollettino della Società Paleontologica Italiana.
Un lavoro di sintesi e di aggiornamento è stato inoltre presentato
recentissimamente da ROOK & DELFINO
con premessa di inquadramento geologico, aggiornata al 2003, di
COSTA (c.d.s.). -
Per quanto riguarda la componente floro-faunistica, ci si limita a
ricordare che a Monte Mauro nidificano varie specie di rapaci, tra cui il
gufo reale, e si registrano alcune interessantissime presenze
entomologiche, e che vi sono le uniche stazioni nell’Europa occidentale
della Cheilantes persica,
una piccola rarissima felce, relitto di epoca terziaria
sopravvissuta all’ultima glaciazione o, secondo una recente ipotesi
alternativa, introdotta involontariamente tramite spore rilasciate dalle
vesti dei Bizantini nel VI sec. d.C., all’epoca dell’Imperatore
d’Oriente Tiberio II (578-582), che lungo la V.d.G. organizzò una linea
fortificata contro l’invasione longobarda (limes tiberiacus).
Ad ogni modo, note e riconosciute da tempo sono la ricchezza e la
peculiarità della flora, della fauna e degli habitat della V.d.G., tali
che la zona è stata recentemente riconosciuta quale Sito di Importanza
Comunitaria (SIC) per la conservazione del patrimonio ambientale europeo. -
La V.d.G. è ricca di testimonianze antropiche pre-protostoriche,
con una serie di giacimenti all’interno di alcune cavità naturali, fra
le quali emergono la Tana del Re Tiberio, la Tanaccia di Brisighella e la
Grotta dei Banditi. La
prima fu portata all’attenzione degli studiosi in seguito agli scavi
archeologici eseguitivi tra il 1865 e il 1870 da Giacomo Tassinari,
Domenico Zauli Naldi e Giuseppe Scarabelli; fondamentale è ancora oggi
quello praticato da quest’ultimo, che si spinse fino alla profondità di
m 4,96 (SCARABELLI, 1872). Il
riesame effettuato recentemente dei numerosi reperti e dei dati di scavo (BERTANI
et alii, 1994; AA.VV., 1996) ha permesso di formulare un’attendibile
ipotesi sulle varie fasi di frequentazione della grotta e sulle modalità
di utilizzazione: nelle età più remote (tardo Eneolitico – antica età
del bronzo) la cavità servì come luogo di sepoltura.
Tra il XVII e il XII sec. a.C. (età del bronzo medio e recente),
l’uso sepolcrale cessò e la cavità fu frequentata probabilmente a
scopo abitativo. Nell’età
del ferro, se non già a partire dalla tarda età del bronzo, la grotta fu
oggetto di manifestazioni di indole religiosa, forse legate allo sgorgare
di acque salutari probabilmente raccolte in alcune vaschette nella parete
presso l’ingresso, a partire dal VI sec. a.C., col diffondersi del
popolamento “umbro” della Romagna; l’esistenza di tale culto è
confermata dalla presenza di tre statuette votive di bronzo del V-IV sec.
a.C. e dai numerosi vasetti miniaturistici in ceramica d’impasto (oltre
800) interpretati come stipe votiva, venuti in luce nei livelli intermedi,
tra circa 1 e 3 m di profondità, le cui tipologie trovano buoni confronti
nella facies umbro-romagnola di VI-V sec. a.C.. Dal
IV sec. a.C. compaiono i Celti; una traccia della loro devozione è
rappresentata da uno dei 3 bronzetti, maschili, che reca al collo un
torquis, tipico collare portato dai nuovi dominatori della pianura padana. A
partire dal I sec. a.C. poi il culto delle acque di sorgente derivato dal
loro uso terapeutico venne rinvigorito e perpetuato dai coloni romani
stanziatisi nella valle del Senio. Il
riconoscimento dell’interesse archeologico della Tanaccia di Brisighella
si deve allo speleologo triestino Giovanni “Corsaro” Mornig e al
faentino dr. Antonio Corbara che nel 1935 vi effettuarono un sondaggio
rinvenendo vasi fittili protostorici, tra cui tre piccoli boccali con ansa
a gomito. Una
gran quantità di reperti, fra i quali si segnalano vasellame ceramico,
strumenti ed armi litiche, d’osso e di rame, venne in luce solo
vent’anni dopo con gli scavi ufficiali promossi dalla Soprintendenza
Archeologica (SCARANI, 1962).
I materiali archeologici provenienti da vari livelli fino alla
profondità di 4 m attestano una frequentazione umana che risale forse al
tardo Eneolitico, ma è particolarmente intensa e qualificata nel Bronzo
antico iniziale con l’incontro di varie correnti culturali: la
produzione vascolare è infatti in parte simile tipologicamente (ma ad
essa estranea) alla facies di Polada, vi sono esemplari di tradizione
lagozziana o che presentano fogge e decorazioni dello stile di Conelle,
mentre altri ancora sono stati interpretati come una tarda rielaborazione
locale della cultura del vaso campaniforme (FAROLFI, 1976; BERMOND
MONTANARI, 1990, 1996; MASSI PASI & MORICO, 1997,1998). L’ipotesi
che riscuote i maggiori consensi tra gli studiosi è che in età
pre-protostorica la Tanaccia sia stata utilizzata come luogo di sepoltura,
essendovi state rinvenute, sparse un po’ ovunque, ossa umane quasi
sempre smembrate o frammentate, alcune delle quali semi-combuste. Nella
fase finale dell’antica età del bronzo (tra il 2000 e il 1700 a.C.
circa) la cavità venne abbandonata per motivi che alcuni studiosi
ritengono culturali, ma che potrebbero invece essere stati determinati da
imponenti crolli verificatisi a causa di un forte sisma o di una crisi
climatica.
Comunque sia, si riscontra uno hiatus cronologico nei secoli
relativi al Bronzo medio (1650-1300 a.C.); infine durante l’età del
ferro, durante il popolamento “umbro” della Romagna, la grotta fu
frequentata solo sporadicamente, come attestano i pochi materiali
rinvenuti nei livelli superficiali che contengono anche reperti di età
romana. Nella
Grotta dei Banditi, che si apre nella falesia volta a sud di Monte Mauro,
il G.S.Faentino eseguì nel 1973 un saggio di scavo che, nel settore
indagato, si spinse fino alla profondità di 3 metri.
In base ai dati emersi da tale scavo e in considerazione della sua
felice ubicazione naturalmente difesa e dell’esposizione a mezzogiorno,
è stata formulata l’ipotesi che la piccola cavità naturale sia stata
utilizzata come abitazione per un arco di tempo che copre probabilmente
gli ultimi secoli dell’antica età del bronzo : in tal senso dovrebbero
essere interpretati l’ininterrotta serie di focolari contenenti grandi
quantità di carbone, cenere ed ossami semi-combusti (resti di pasto) e
frammenti ceramici che, ricomposti, hanno restituito ollette in ceramica
grezza usate per cuocer cibi, grandi vasi adatti a contenere liquidi e
prodotti agricoli e vasi da mensa in ceramica fine e semifine. Il
ritrovamento dei pochi frammenti di ossa umane in buona parte bruciate,
riconducibili ad almeno quattro individui, mescolati ai frammenti fittili
ed agli ossami di animali all’interno dei focolari, fornirebbero un
indizio che nella grotta si svolgessero sacrifici umani, ma non riti
connessi a sepolture. Le
testimonianze archeologiche sembrano interrompersi per più di mille anni:
anche nel caso della Grotta dei Banditi si verifica infatti un abbandono
da imputarsi probabilmente al grande crollo che ha interessato il suo
ingresso e che sembra essere coevo a quello di altre grotte della V.d.G.,
tra cui la Tanaccia. Una
sporadica frequentazione riprese solo con la seconda età del ferro: i
ritrovamenti di questo periodo, piuttosto scarsi ed effettuati in
corrispondenza degli strati più superficiali, sono riferibili forse agli
“umbri” che utilizzarono la grotta per i loro riti (BENTINI, 2002). Ma
anche grotte di più difficile accesso, talune delle quali con
sviluppo prevalentemente verticale, hanno rivelato recentemente
elementi che attestano una loro frequentazione da parte dell’uomo in età
pre-protostorica.
Si ricorda ad esempio una piccola cavità con nicchie e vaschette
scavate nella roccia (Grotta del Falco) individuata a poca distanza dalla
Tana del Re Tiberio: i materiali ceramici contenutivi di cronologia
oscillante tra l’età del rame avanzata
e gli inizi del Bronzo antico fanno inoltre arretrare l’inizio
della frequentazione della cavità, anche se è difficile dire se già a
fini cultuali, essendo tali materiali non chiaramente distinguibili da
quelli di un abitato (PACCIARELLI, 1994). Nella
seconda età del ferro furono frequentate, probabilmente per compiervi
riti la cui natura ci sfugge, altre grotte fra le quali si segnalano in
particolare l’Abisso Ricciardi,ove nel 1992 il G.S.Faentino rinvenne una
scodella-coperchio fittile, ed una grotticella a pozzo sotto il castello
di M.Mauro, ove nel 1996 fu raccolta un’olletta-bicchiere in ceramica
d’impasto a corpo ovoide con piccole prese a sporgenza sotto l’orlo:
reperti che sono chiaramente in relazione con le testimonianze
archeologiche di VI-V sec. a.C. lasciate da genti centro-italiche il cui
flusso migratorio, investendo la Romagna, dette un impulso decisivo e
radicale al suo popolamento (BENTINI, 1999a). Un
caso a sé stante costituisce la Grotta della Lucerna a Monte Mauro, la
cui recente scoperta (novembre 2000) ha dato origine ad uno dei più
enigmatici capitoli dell’esplorazione archeologica della V.d.G.: la
cavità presenta infatti numerosi tratti allargati dall’uomo,
verosimilmente in antico, a partire da fratture naturali preesistenti. Il
rinvenimento di quattro frammenti di una lucerna fittile romana, che per
tipologia è riferibile alla tarda età augustea (I-II sec. d.C.), in
mezzo ai sedimenti di argilla frammisti a blocchi di gesso ha fatto
ipotizzare che anche i lavori di adattamento siano stati effettuati in
epoca romana; un elemento a favore di tale ipotesi è la tecnica di scavo,
testimoniata dalla tipologia delle incisioni (solchi verticali ad arco
ravvicinati e paralleli) perfettamente conservatisi sulle pareti, le quali
presentano numerose analogie con quelle visibili nei cunicoli ipogei
dell’acquedotto romano di Bologna (DEMARIA, 2000; MARABINI, 2000). Sta
di fatto che si tratta di un’operazione complessa e di lunga durata,
anche se lo scopo che si prefiggevano gli ignoti “minatori” resta
avvolto nel mistero, che si infittisce ulteriormente per il fatto che,per
ragioni altrettanto ignote, i tratti modificati furono poi riempiti con
detriti, spessi alcuni metri, prodotti dalle operazioni di scavo. Ai
depositi in grotta si aggiungono i reperti rinvenuti in superficie
casualmente e privi di contesto, ma tali da suffragare l’ipotesi che la
V.d.G. costituisse in età pre-protostorica un’importante via di
comunicazione trasversale alle valli.
Non erano però stati individuati insediamenti veri e propri fino a
quando, a fine ottobre 2001, il G.S.Faentino ha rinvenuto a M.Mauro, lungo
una parete sub-verticale, sedimenti di origine antropica contenenti
frustoli di carbone e frammenti di ceramica inglobati in una frana che ha
coinvolto i livelli archeologici di un sovrastante stretto pianoro situato
poco al di sotto della linea di cresta.
Una parte consistente di frammenti fittili si trovava inoltre sulla
superficie di un cono detritico all’interno di una grotticella che si
apre alla base dello strapiombo.
I reperti sono riferibili per tipologia a vasellame del Bronzo
medio, una fase della protostoria documentata nella V.d.G. soltanto alla
Tana del Re Tiberio. -
Un aspetto della V.d.G. al quale fino a pochi anni fa non era stato
dato il giusto rilievo è quello di carattere storico/militare.
L’affioramento selenitico costituì in epoca storica un baluardo
di grande importanza strategica a partire dal V-VI sec. d.C., quando
sembra che anche in questi luoghi si combattesse la lunga guerra (535-553)
tra Goti e Bizantini, che portò alla riconquista giustinianea
dell’Italia. Un’importanza
primaria la V.d.G. l’ebbe però certamente pochi anni dopo in seguito
all’invasione longobarda, che dalla Toscana minacciava la stessa
capitale dell’Esarcato, Ravenna.
Ciò spiega la risolutezza con la quale l’imperatore Tiberio II
(578-582) fece fortificare una linea difensiva – chiamata in suo onore
limes tiberiacus – attestata sui rilievi della Vena.
Da qui partì tra l’altro la controffensiva ravennate che
respinse i longobardi da Imola e Modena.
Né miglior sorte ebbe la ripresa delle ostilità all’epoca di
Liutprando nel 727, che non riuscì a scardinare le fortificazioni del
limes incentrate sul presidio militare di Faenza. La
V.d.G. fu dunque la prima “Linea Gotica” (o meglio “Longobardica”)
e vari autori da tempo sostengono che il sistema di castelli e rocche
medievali, i cui ruderi svettano tuttora sulla dorsale selenitica, siano
in realtà una sovrapposizione a precedenti fortificazioni bizantine
(PADOVANI, 1996, 1999). Universalmente conosciuta è invece la Linea Gotica della Seconda Guerra Mondiale (Götenstellung), sistema difensivo tedesco che tagliava l’Italia per una lunghezza di 320 km dalle rive del Tirreno (all’altezza di Massa Marittima) a quelle dell’Adriatico (pochi km a sud di Rimini), l’ultimo ostacolo che impediva agli Alleati di dilagare nella pianura padana. In seguito agli attacchi della V Armata americana sul versante toscano e principalmente dell’VIII Armata britannica su quello adriatico il tracciato subì diversi arretramenti verso nord, ma venne sempre coerentemente definito Linea Gotica. All’altezza del Senio e del Santerno, nell’inverno 1944 la spinta degli Alleati si esaurì in corrispondenza della V.d.G., frettolosamente fortificata dai Tedeschi poiché questo tratto del fronte risultava di particolare sensibilità e delicatezza, rappresentando il settore di saldatura fra il dispositivo appenninico e quello di pianura della Linea Gotica. Così la linea del fronte ristagnò fino all’aprile del ’45, quando gli Alleati scatenarono l’offensiva che stroncò l’ultima resistenza tedesca con la conseguente capitolazione che pose fine alla guerra in Italia.
Tornando
al tormentato iter istitutivo del parco della discordia, riprendiamo le
mosse dal 1997, anno in cui l’Amministrazione Provinciale di Ravenna
sottoponeva, perché fosse discusso, alle comunità locali, l’ennesimo
progetto preliminare di Piano Territoriale del Parco della V.d.G. promosso
da tutti gli enti territorialmente interessati, compresa la Regione, e
redatto da uno staff tecnico coordinato dall’architetto Ermino Ferrucci;
proposta che – come riconosciuto dallo stesso assessore provinciale
all’ambiente Vittorio Ciocca – ne ridimensionava e riduceva
l’ampiezza a quelle che sarebbero state le effettive aree
naturalistiche.
L’area destinata a parco si sarebbe limitata a soli 1.480 ettari
(contro i 6.000 del vecchio “Progetto Rosini”) suddivisa in tre zone:
la prima, ridottissima, coincidente con l’orrido del Rio Basino; la
seconda, di protezione generale, comprendente l’emergenza gessosa, ove
sarebbero state vietate nuove costruzioni o ampliamenti di quelle
esistenti e sarebbe stata permessa un’attività agricola non estensiva;
la terza con una protezione più attenuata dove sarebbero state consentite
costruzioni ed ampliamenti compatibili con l’attività del parco.
Infine veniva individuata un’”area contigua” di circa 3.852
ettari, per la quale l’unico vincolo sarebbe stato rappresentato dal
parere che sui piani regolatori comunali avrebbe dovuto esprimere l’Ente
Parco, un consorzio da costituirsi ad opera degli enti locali. Le
Associazioni naturalistiche e protezionistiche faentine (WWF, Italia
Nostra, Legambiente e G.S.Faentino) ed il C.A.I. di Imola, ritenendo che
la proposta fosse carente e lacunosa dal punto di vista della tutela del
territorio, inoltravano alla Provincia una serie di osservazioni molto
critiche, che qui di seguito si sintetizzano: -
la zona di massima tutela avrebbe dovuto essere estesa a diversi altri
ambienti,
sia pur di limitata estensione, ripetutamente segnalati per le loro
peculiari caratteristiche; -
la cosiddetta “zona B” si limitava praticamente alle rupi del versante
nord ed al crinale principale, mentre avrebbe dovuto estendersi ad altri
importanti settori; -
non venivano recepiti i vincoli istituiti con i decreti
ministeriali emanati ai sensi della L. 29/6/1939 n°1497 e dal Piano
Territoriale Paesistico Regionale; -
i confini proposti, anziché avere una visione unitaria dell’area
da proteggere, erano stati tracciati tenendo in considerazione quelli di
proprietà: così ad es. la cava di Monte Tondo veniva stralciata non
sulla base dell’area soggetta ad attività estrattiva e quindi già
compromessa, ma ricalcando i confini molto più ampi dell’intera
proprietà; -
le cosiddette “aree contigue” apparivano come un’invenzione
infelice e cervellotica senza alcun riscontro nelle normative esistenti in
materia, tendenti anzi a svuotare di contenuto il concetto stesso di parco
naturale. -
In conclusione, questo progetto non garantiva alcun reale progresso
nella salvaguardia del territorio, ma segnava anzi un passo indietro dando
vita solo ad un simulacro di facciata; inoltre appariva come un prematuro
esercizio di Piano Territoriale del Parco che scavalcava le competenze
dell’Ente di gestione, ancora da istituire. Il
dibattito apertosi non superò comunque la situazione di stallo, poiché
le distanze fra gli enti promotori ed i residenti, così come con le
associazioni di categoria – agricoltori e cacciatori in primo luogo –
non si ammorbidirono.
D’altra parte, mentre la Comunità Montana dell’Appennino
faentino aveva approvato a larga maggioranza il documento, i sindaci delle
vallate del Lamone e del Senio si erano pronunciati in modo diverso, con
una presa di posizione netta e decisamente favorevole al parco soltanto da
parte dell’allora sindaco di Riolo Terme Valeriano Solaroli. Anche
nel mondo ambientalista non vi era unanimità, ritenendosi da parte di
alcune associazioni che, pur essendo il nuovo progetto limitato per
quantità di aree da tutelare, fosse meglio partire con pochi ettari che
continuare a rimandare, mentre i più oltranzisti – fra i quali uno
degli autori della presente nota (L.B.) – provocatoriamente sostenevano
che un tale parco non si dovesse fare perché c’era il rischio che non
recepisse, o addirittura aggirasse, i vincoli della normativa preesistente
ed inoltre perché un parco fatto male può essere peggio di niente
(BASSI, 1994; BENTINI, 1999b). Così
stando le cose, nel marzo 1998 l’allora presidente della Provincia di
Ravenna Gabriele Albonetti, nel suo intervento in occasione
dell’inaugurazione del Centro di documentazione della Vena del Gesso a
Riolo Terme, riconosceva che mentre si assisteva ad un vero e proprio
proliferare di iniziative collaterali ad opera di comitati di volontari,
citando come esempi il Parco naturale Carné, il Parco carsico della
Tanaccia di Brisighella, “Speleopolis” di Casola Valsenio ed i
precedenti raduni, il nocciolo dell’idea, e cioè l’istituzione del
parco, non era mai stato raggiunto per le carenze dell’ente pubblico
istituzionalmente preposto.
E riconoscendo che un parco fatto male non è meglio di niente, ma
anzi può risultare controproducente, per arrivare ad un’idea di parco
condivisa e non imposta proponeva di ripartire da zero e invitava a vedere
il parco stesso sotto un’ottica nuova, quella cioè basata non sui
vincoli, ma sulle opportunità di sviluppo, di incentivi e di nuove
risorse. Nel
tentativo di superare l’empasse, nel Piano Territoriale di Coordinamento
Provinciale di Ravenna, adottato dal Consiglio Provinciale il 29 giugno
1999, successivamente adottato dalla Giunta e vigente dal 23 febbraio
2000, veniva inserito un nuovo elaborato corredato da una cartografia
(pressoché illeggibile) illustrante l’ennesima proposta di zonizzazione
del Parco della V.d.G.
Essendone fortunosamente venuti a conoscenza, il G.S.Faentino e lo
Speleo GAM Mezzano, lamentando che ancora una volta, secondo una prassi
consolidata, da parte degli estensori del progetto si manifestava la
volontà di escludere le associazioni naturalistiche, decidevano di
intervenire comunque rivendicando il diritto di essere coinvolti. A
tempo di record veniva elaborata una controproposta di parco (G.S.FAENTINO,
SPELEO GAM MEZZANO, 2000) nella quale veniva contestato, poiché in netto
contrasto con le peculiarità della V.d.G., il progetto di zonizzazione
“a pelle di leopardo”, che inseriva ampie fasce in “zona C”, a
protezione attenuata, nel cuore dell’affioramento selenitico, come
previsto ad es. per i “Gessi di Brisighella” tra i Tre Colli e Case
Trebbo-Varnello.
Inoltre non si teneva nel debito conto l’esistenza dei ben noti
vincoli gravanti sull’area, come nel caso del settore di Monte Tondo con
il grandioso complesso carsico facente capo alla Tana del Re Tiberio. Nel
lavoro delle associazioni speleologiche venivano cartografate
dettagliatamente, usando come base la C.T.R. 1 : 5000, la forra del Rio
Basino, la rupe di Castelnuovo-Rio Cavinale ed i canaloni sud compresi tra
la prima e la terza cima di Monte Mauro (la cui estensione complessiva non
supera i 25 ettari), per i quali veniva richiesto il massimo grado di
tutela, date le peculiari caratteristiche geomorfologiche ed ambientali
che li rendono habitat unici non riscontrabili altrove a scala europea: le
prime due aree conservano, infatti, un singolare connubio di elementi
mediterranei e centro europei rari, favorito dal condizionamento
microclimatico indotto dalle grotte; il canalone rappresenta invece il più
spettacolare esempio di falesie a carattere mediterraneo della V.d.G., con
rara ma diversificata vegetazione e presenze uniche quali la felce
Cheilantes persica. Quanto
alla “Zona B” di protezione generale, in essa doveva necessariamente
comprendersi l’intero affioramento gessoso che si sviluppa tra Lamone e
Sillaro, poiché la V.d.G. consiste in un’unità geomorfologica e
fitogeografica avente carattere di omogeneità e continuità: a livello di
pianificazione, ciò che avvalora tale necessità concilia infatti le due
caratteristiche fondamentali di preservare l’integrità dei corridoi
ecologici esistenti (forre,foreste, affioramenti rocciosi e incolti) e la
continuità dei sistemi carsici (doline,valli cieche, inghiottitoi,
risorgenti) che costituiscono l’ossatura e la vera continuità
ambientale della V.d.G.. Sull’allegata
cartografia in scala 1 : 25.000 veniva tracciata la perimetrazione
proposta, comprendente anche la “Zona C” di protezione ambientale, con
alcuni insediamenti rurali e aziende agricole, aree di elezione per forme
di valorizzazione turistica e colturale ecocompatibili, cioè nel rispetto
di generali finalità ambientali, rese ancor più necessarie dalle diffuse
condizioni di vulnerabilità idrogeologica e, talora, di instabilità dei
versanti.
Non si riteneva invece opportuno formulare proposte per l’area da
destinarsi a preparco. Va
sottolineato che il progetto di parco elaborato dagli speleologi è stato
il solo proposto in alternativa a quello di iniziativa popolare, mentre da
parte delle pur numerose associazioni ambientaliste gli interventi si sono
limitati a generiche manifestazioni di protesta. La
proposta contenuta nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale
veniva però superata da un nuovo progetto di legge, questa volta di
iniziativa popolare, di cui si erano fatte promotrici le Amministrazioni
provinciali di Ravenna e di Bologna sia perché si rischiava di perdere i
previsti finanziamenti, sia tenendo conto della proposta di riconoscimento
di Sito di Interesse Comunitario (D.M. 3 aprile 2000, n.65) ai sensi delle
Direttive 92/43/CEE “Habitat” e 79/409/CEE “Uccelli”, il che
rendeva ancor più opportuna e urgente l’istituzione di un’area
protetta. La
bozza definitiva del progetto di legge e il Documento programmatico del
parco, datati 5 marzo 2002, venivano illustrati nella primavera successiva
nel corso di numerosi incontri ai quali venivano invitati, separatamente,
i rappresentanti delle associazioni agricole, venatorie ed ambientaliste.
In tali elaborati l’area del parco è stata suddivisa in 4 zone,
con relative norme di salvaguardia via via più attenuate, precisando che
alla perimetrazioni e zonizzazione definitiva si sarebbe proceduto però
solo in sede di approvazione del Piano Territoriale. -
In Zona A, di protezione integrale, di complessivi ha 52, recependo le
richieste delle Associazioni speleologiche sono state inserite la forra
del Rio Basino, la rupe di Castelnuovo-Rio Cavinale ed i canaloni di Monte
Mauro, oltre che le rupi della Riva S.Biagio proposte da Imola. -
In Zona B, di protezione generale (corrispondente alla “zona di tutela
naturalistica”, tutelata dal Piano Territoriale Paesistico Regionale con
il vincolo ambientale imposto dall’art. 25) ricadono ha 738. -
In Zona C, di protezione e valorizzazione agroambientale (corrispondente
alla “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale” del PTPR,
art. 19) che per una minor protezione accordata dovrebbe invece coincidere
col preparco, ha 1.256. -
In Preparco, ove tra l’altro è ammessa la caccia privilegiando i
residenti, ha 4.123, pletorici rispetto ai soli ha 2.046 del parco vero e
proprio. La
mancanza di corrispondenza tra zone di tutela naturalistica e zone di
Parco viene esplicitamente ammessa dagli estensori del Documento
programmatico, che però minimizzano tale discrepanza con l’affermare
che essa «riguarda per lo più situazioni poco significative dal punto di
vista qualitativo e quantitativo (dintorni di abitazioni, piccoli poderi),
ad eccezione della zona della cava di Monte Tondo.
Queste e altre situazioni verranno affrontate dal Piano
Territoriale del Parco (PTP) mediante una normativa adeguata». Un
parco siffatto non è certamente quello che avrebbero voluto le
associazioni naturalistiche e quelle speleologiche in particolare, le
quali considerano pertanto il progetto solo come un punto di partenza,
sperando che possa essere migliorato in sede di redazione del Piano
Territoriale.
Si critica in particolare la zonizzazione (come appena evidenziato
nel commento ad essa relativo), il mancato riconoscimento della necessità
di preservare l’integrità dei corridoi ecologici e lo squilibrio
esistente tra parco vero e proprio e preparco, essendovi il fondato
sospetto che si vogliano dirottare verso quest’ultimo finanziamenti,
indennizzi e agevolazioni in genere previste per aree protette, su terreni
non aventi tali caratteristiche e magari a favore di residenti schierati
irriducibilmente contro l’istituzione del parco. Inoltre
non vengono affrontati con la sensibilità necessaria per una realtà
estremamente fragile come la V.d.G. i problemi rappresentati e dalla
caccia, riducendosi l’istituzionalizzazione del parco a mera entità di
sviluppo economico e a polo di attrazione per un massiccio afflusso di
turisti (considerati anch’essi come risorsa economica), senza tenere nel
debito conto l’esigenza prioritaria della salvaguardia e tutela della
natura in tutti i suoi aspetti e dall’importanza della ricaduta
culturale derivante dall’approfondimento degli studi delle peculiarità
ambientali e storiche.
Si rileva infine che il previsto organo di governo del parco è
eccessivamente subalterno alle amministrazioni locali, non consentendo
quindi una soddisfacente programmazione del territorio. Quanto
al “fronte del no”, la stampa locale ha dato ampio risalto alle
manifestazioni e proteste delle Associazioni degli agricoltori e dei
cacciatori, sostenute dalle forze politiche di centro-destra, che si sono
strumentalmente appropriate, per catturare voti, delle argomentazioni
“terroristiche” che per alcuni lustri erano state portate avanti dal
centro-sinistra.
Questi sono infatti i principali motivi di opposizione espressi dal
Comitato NO Parco mobilitatosi in provincia di Ravenna e del Comitato per
la montagna in provincia di Bologna: -
sul piano politico è mancato il confronto; -
la volontà degli enti locali di istituire il parco si concretizzerà
in un’imbalsamazione del territorio; -
è necessario comunque avere una precisazione su come si intenda
sostenere gli indennizzi dei danni causati dalla selvaggina, che
tenderanno ad aumentare; -
manca una reale volontà di destinare risorse aggiuntive e maggiori
punteggi di priorità alle aziende all’interno dell’area; -
i parchi istituiti nella Regione E.R. non si sono rivelati
un’occasione di sviluppo ma sono stati causa solo di attività
repressive volte a favorire la dismissione socioeconomica, con scarse e
generiche compensazioni di tipo ecoturistico; -
nelle condizioni attuali, il Parco della V.d.G. servirebbe solo per
realizzare l’ennesimo “carrozzone” politico, per accontentare 38
persone, finanziato con i soldi dei residenti; -
infine, qualora tale parco dovesse essere comunque imposto,
trattandosi di area prevalentemente agricola di proprietà privata e non
demaniale, come invece prevedono le direttive nazionali, il 51% del potere
gestionale dovrà conseguentemente essere affidato alle organizzazioni
degli agricoltori. Malgrado
tale orchestrata campagna “terroristica” non si sia placata e le
manifestazioni di piazza siano continuate ad oltranza, con le
deliberazioni delle Amministrazioni provinciali di Ravenna e di Bologna,
dei Comuni di Brisighella, Riolo Terme, Casola Valsenio, Borgo Tossignano
e Casalfiumanese e delle Comunità Montane della valle del Santerno e
dell’Appennino faentino, l’iter di proposta di istituzione del Parco
della V.d.G. si è concluso e gli atti deliberativi sono stati inviati il
26/06/2002 al Consiglio regionale che con delibera dell’Ufficio di
Presidenza n.186 del 19/11/2002 ha rinviato la proposta di legge
all’attenzione della Commissione del Territorio Ambiente e
Infrastrutture, abbinandola all’analogo progetto dei Verdi presentato
dalla capogruppo Daniela Guerra il 20/02/2001; quest’ultimo rispecchia
quello presentato nel 1993 da Galletti che si basava sulla delimitazione
stabilita dal Piano Territoriale Paesistico Regionale, ma che non era mai
stato discusso benché fosse stato riproposto nelle successive legislature
( e che a nostro avviso non ha alcuna probabilità di essere recepito,
prevedendo per il Parco un’area ben più vasta rispetto a quella del
progetto degli Enti locali, che ne riduce invece notevolmente la parte
organica). Secondo
l’assessore provinciale all’ambiente Maurizio Filipucci «con il
progetto di legge degli Enti locali si è arrivati ad un buon risultato,
purtroppo non colto fino in fondo in tutta la sua portata stante vecchi
timori dettati da quasi trent’anni di discussioni che parlavano un
linguaggio prevalentemente vincolistico.
L’idea che sta alla base del progetto attuale è di fare del
parco un luogo che sia lontano da logiche di museo e di pura
conservazione, ma un luogo vivo che valorizzi appieno le produzioni di
qualità in un sistema virtuoso che possa accrescere la redditività della
collina, con una più forte partecipazione delle popolazioni locali, una
maggiore autonomia degli enti di gestione, una corretta gestione del
territorio anche da un punto di vista faunistico unitamente agli ambiti
territoriali di caccia» (FILIPUCCI, 2002). A
Filipucci ha replicato G.P.Costa, responsabile operativo del Museo Civico
di Scienze Naturali di Faenza, contestandogli che non verrà mai troppo
sottolineato come vincoli di tutti i generi (idrogeologici, paesaggistici,
archeologici, statali e regionali) sulla dorsale gessosa esistono già e
da decenni, sostanzialmente ignorati perché la V.d.G. è rimasta
fortunosamente una sorta di terra di nessuno e se non ci fossero state
cave, porcilaie ed altri utilizzi incompatibili con l’ambiente come
tagli indiscriminati di boschi etc. etc. la spinta alla tutela della
“Vena” da parte degli speleologi sarebbe stata forse meno intensa e
costante nel tempo. Che
gli speleologi siano stati da sempre la punta di diamante fra le
associazioni impegnate nella salvaguardia della V.d.G. non deve comunque
meravigliare se si pensa che si tratta di un’area eminentemente carsica,
ove nella sua pur limitata estensione sono concentrate oltre duecento
grotte il cui sviluppo complessivo supera i 40 km e che tra i vincoli
gravanti su tale area è di fondamentale importanza D.M. in data
12/12/1975 del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali con espresso
riferimento al valore panoramico non solo paesistico e naturalistico, ma
anche speleologico. E
malgrado l’assicurazione che entro l’estate 2003 dovrebbe concludersi
l’iter istitutivo, gli speleologi esprimono forti dubbi motivati da
quanto l’assessore regionale all’agricoltura e all’ambiente Guido
Tampieri ha reso noto nel suo intervento alla tavola rotonda su
“Ambiente e uomo nella Vena del Gesso romagnola“ - Casola Valsenio,
9/11/2002 - e cioè che il progetto viene portato avanti contestualmente
alle preannunciate modifiche alla legge regionale sui parchi, per far sì
che quello della V.d.G. decolli già con la nuova normativa.
E quest’ultima sembra prevedere un rafforzamento della
partecipazione diretta degli agricoltori. Verrebbe
così recepito dalla regione il diktat di questi ultimi, alla faccia della
tutela dell’ambiente e della valorizzazione compatibile del territorio! E
per concludere degnamente l’annosa “querelle”, all’udienza
conoscitiva sull’istituzione del parco indetta il 28/2/2003 a Bologna
dalla Commissione Territorio Ambiente Infrastrutture della regione, la
dott.sa Marta Farolfi, esponente di A.N. e presidente del Comitato NO
parco - e le varie associazioni di agricoltori intervenute - si sono fatte
forza della preannunciata nuova legge regionale che eliminerà tutti i
vincoli esistenti nella precedente per chiedere la sospensione
dell’istituzione del parco almeno fino a quando essa sarà approvata. Ci
si chiede allora: ci sarà un rinvio alle Calende greche? A forza di
proposte ambigue e poco coerenti, con ampi margini compromissori, a forza
di opposizioni preconcette e becere basate su facili populismi, a forza di
“aggiustamenti” già preannunciati in sede di redazione del Piano
Territoriale del parco, non si arriverà allo stravolgimento anche di
quanto era stato faticosamente acquisito? Al
Congresso per il Centenario della Società Geologica Italiana tenutosi a
Bologna dal 23 al 26 settembre 1982, il Gruppo Speleologico Faentino
presentò un poster che in calce ad un’eclatante immagine di un angolo
ancora integro della V.d.G. invocava come extrema ratio per la sua
sopravvivenza l’intervento divino : «GOD SAVE THE GESSI» ; ora come
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Speleo GAM Mezzano