allegato a)

alla deliberazione del Consiglio provinciale

n................ del .................................

 

Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola

 

Documento

Programmatico

del

Parco

predisposto in accordo e in collaborazione tra provincia di Ravenna, provincia di Bologna; comuni di Borgo Tossignano, Brisighella, Casalfiumanese, Casola Valsenio, Fontanelice, Riolo Terme; comunità montane dell’Appennino faentino e della Valle del Santerno, durante successivi incontri effettuati a partire dal marzo 2000, e sottoscritto in data 9 aprile 2002 presso Riolo Terme.

 

SOMMARIO

Relazione introduttiva

Premessa

Piccola storia di un Parco finora mancato

Finalità del Parco

Perimetro, Zonizzazione e Normativa

Il perimetro e la zonizzazione istitutivi

Il Piano Territoriale Paesistico Regionale

Il Sito di Interesse Comunitario in attuazione della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e Direttiva 79/409/CEE “Uccelli”  

Ulteriori valutazioni tecnico-scientifiche

Conclusioni

Criteri per la stesura delle Norme di Salvaguardia

Temi e Azioni del Parco

La Conservazione della Natura e della Biodiversità

La Conservazione del Paesaggio per la Qualificazione del Territorio

Un’Agricoltura sostenibile come strumento di Conservazione e Sviluppo

Organizzare e promuovere la Fruizione del Parco come motore di un Turismo sostenibile

Le Azioni di Informazione, Divulgazione e Educazione Ambientale

L'uso sostenibile delle risorse naturali

La Caccia

La Pesca

La raccolta di Funghi e Tartufi

La Gestione del Parco

Allegato

 

Relazione Introduttiva 

L’istituzione del parco regionale della Vena del Gesso Romagnola ha ormai una storia trentennale che per i suoi insuccessi è bene dimenticare.

Oggi per mille motivi ci troviamo in un contesto diverso che ci consentirà di raggiungere questo obiettivo.

Il primo elemento fondamentale è che i Comuni, le Comunità Montane e le Province sono concordi che l’istituzione del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola è lo strumento necessario ed imprescindibile per la tutela ambientale e lo sviluppo del territorio della Vena del Gesso.

In secondo luogo l’individuazione del perimetro del parco è stata dimensionata su indicazioni precise di ogni Comune, secondo le effettive valenze naturalistiche da tutelare e valorizzare, in linea con le problematiche di ogni territorio comunale.

Le aree destinate a parco sono circa 2.000 ettari, distribuiti per poco meno di due terzi in territorio della Provincia di Ravenna e per un terzo in quella della Provincia di Bologna; le zone di pre-parco, “aree contigue” non destinate a parco, sono circa 4.000 ettari.

In terzo luogo viene posta particolare attenzione alle attività economiche, in particolare agricole e turistiche.

Inoltre, la Legge Regionale n. 11/88, modificata dalla L.R. n. 40/92, sui parchi e le riserve naturali, ha consentito di avere un quadro di riferimento certo per tutta la materia, dalla zonizzazione alla gestione ed il Piano Territoriale Paesistico Regionale, dal canto suo, ha già sottoposto a tutela l’intero crinale gessoso. Quindi, il parco nasce come opportunità vera di sviluppo di un’area già vincolata, dove la tutela ambientale e paesaggistica è valore aggiunto e non di freno all’economia del territorio.

Peraltro, la sensibilità ambientale in questi anni è cresciuta a dismisura, i sistemi ecocompatibili sono sempre più ricercati ed il quadro socio-economico è mutato ed appare oggi minore l’ostilità della popolazione residente all’istituzione del parco regionale.

L’attività estrattiva non è più un problema collegabile all’istituzione del parco, con la cava di Borgo Rivola quale polo unico estrattivo regionale e le altre cave chiuse da tempo.

Per ciò che riguarda l’esercizio della caccia, una buona parte del crinale gessoso è oggi già chiusa all’attività venatoria; nelle zone a parco potrà essere esercitato il solo prelievo di selezione in accordo con l’ente gestore dell’area protetta, mentre nelle aree contigue è ammessa la caccia, privilegiando, in questa, i residenti.

Puntiamo perciò sul coinvolgimento della popolazione residente e delle forze economiche e sociali, con un atteggiamento di massima apertura su come fare e gestire il parco, infatti, negli organi di gestione del parco è ferma la volontà di coinvolgimento, ai vari livelli, di chi vive o lavora o ha interessi nelle zone destinate a parco.

La costituzione degli organi di gestione e la elaborazione del Piano Territoriale, saranno successive all’istituzione del parco, che avverrà attraverso l’approvazione di apposita Legge Regionale.

Le spese di gestione, investimento e sviluppo del parco sono assistite da contributi regionali, statali e comunitari.

Per favorire lo sviluppo delle aree destinate a parco e di quelle contigue, tutte le zone sono state inserite nella misura comunitaria “Obiettivo 2”, che dà la possibilità di sfruttare finanziamenti sia agli enti pubblici che privati, in tutti i settori economici, come il “Leader +”, “Agenda 2000”, il Piano Regionale di Sviluppo Rurale, il patto territoriale agricolo della Provincia di Ravenna, il patto territoriale tosco-emiliano-romagnolo, il “Life Natura” e il “Life Ambiente”.

Vi sono, inoltre, finanziamenti diretti di Regione e Stato conseguenti all’istituzione del parco, sia agli enti pubblici, sia ai privati, per la realizzazione di progetti finalizzati al recupero e alla valorizzazione delle risorse ambientali ed allo sviluppo socio-economico del territorio, ivi compresa la ricerca scientifica, l’educazione ambientale, la fruizione turistica, la conoscenza del parco e le acquisizioni immobiliari effettuate per le stesse finalità.

Inoltre, la Regione e le Comunità Montane riservano una priorità sul riparto dei finanziamenti nelle zone a parco ai privati che realizzano progetti di qualificazione e sviluppo di attività culturali, produttive o di servizio in campo agricolo, zootecnico, forestale, turistico ed artigianale, compatibili con le finalità del parco.

Infine, le Comunità Montane e gli enti locali sosterranno nelle aree a parco e contigue, con propri regolamenti, i processi economici, produttivi e infrastrutturali delle aziende, il recupero edilizio, la valorizzazione dei prodotti locali attraverso la creazione di marchi di qualità e la loro commercializzazione.

 

Gli Amministratori del territorio della Vena del Gesso Romagnola


Premessa 

Il vigente Piano Territoriale Paesistico Regionale, così come specificato dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Ravenna e dal Piano Infraregionale di Bologna che ne costituiscono stralcio per i rispettivi territori, individua e perimetra l’area della Vena del Gesso Romagnola indicandola come futuro  Parco regionale. La facoltà di individuare un’area da destinare a Parco regionale da parte degli strumenti di pianificazione è sancita dall’art.4, comma 2, della L.R. n. 11/88 così come modificata dalla L.R. n.40/92.

 

L’istituzione di un Parco regionale avviene con legge regionale. Lo Statuto della Regione Emilia-Romagna prevede che una proposta di legge possa essere avanzata tramite iniziativa legislativa di comuni o province, nelle forme previste dall’art.33.

 

L’art.22, comma 1, della L. 6 dicembre 1991, n. 394 “Legge quadro sulle Aree Protette” sottolinea l’importanza del coinvolgimento degli enti locali nell’istituzione di un’area protetta regionale e stabilisce che la partecipazione debba realizzarsi “attraverso conferenze per la redazione di un documento di indirizzo relativo all’analisi territoriale dell’area da destinare a protezione, alla perimetrazione provvisoria, all’individuazione degli obiettivi da perseguire, alla valutazione degli effetti dell’istituzione dell’area protetta sul territorio.”

 

La proposta di Parco regionale formulata nel 1997, attraverso un progetto preliminare di Piano Territoriale per il Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola promosso dagli enti locali e dalla Regione, è stata a lungo discussa dalle amministrazioni locali con i residenti e le associazioni di categoria, giungendo ad un accordo di massima sull’area da destinare a Parco. I recenti sviluppi sociali, conoscitivi e normativi e i confronti più serrati avviati con la Regione, hanno portato alla rielaborazione ed aggiornamento della proposta.

 

Questo documento ha l’obiettivo di illustrare le motivazioni delle scelte effettuate e di prefigurare gli sviluppi futuri del Parco, le finalità, le azioni, le misure per la tutela, le iniziative per lo sviluppo socio-economico.

Sul presente documento programmatico e su perimetrazione istitutiva, zonizzazione provvisoria e norme di salvaguardia, elaborati anche con il concorso degli uffici regionali, si è riscontrato il consenso unanime degli enti locali (Comuni, Comunità Montane, Province).

 

L’articolato della proposta istitutiva, contenente gli elaborati  di cui sopra, verrà sottoposta ai Consigli Comunali degli enti territorialmente interessati, ai Consigli Comunali eventualmente interessati a partecipare al Parco, alle Comunità Montane e ai Consigli Provinciali, in modo da formalizzare una proposta di legge di iniziativa legislativa da inviare al Consiglio Regionale.

  

Piccola storia di un Parco finora mancato

 Risale agli anni ’70 l’individuazione, da parte della Società Botanica Italiana, della Vena del Gesso come territorio meritevole dell’istituzione di un’area protetta. Nello stesso periodo, una ricerca commissionata dalla Regione Emilia-Romagna all’Unione delle Bonifiche, giungeva alle medesime conclusioni, individuando nella Vena del Gesso Romagnola un’area vocata all’istituzione di un Parco regionale. L’Istituto Beni Ambientali, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, in seguito, ribadiva attraverso una propria accurata ricerca, l’opportunità di costituire un Parco per la protezione dell’area.

 

Nel 1983 fu realizzato un Progetto di Parco che vedeva come enti promotori le Province di Bologna e Ravenna, le Comunità Montane, i Comprensori dell’Imolese e del Faentino e tutti i Comuni territorialmente interessati. Questa proposta di Parco non ebbe seguito.

 

Il Piano Territoriale Paesistico Regionale, nel 1991, inseriva quest’area tra quelle del “Piano regionale dei parchi”; i più recenti Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Ravenna e dal Piano Infraregionale di Bologna, ne hanno confermato la destinazione.

 

La più recente proposta di Parco regionale fu realizzata nel 1997, attraverso un progetto preliminare di Piano Territoriale per il Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, promosso ancora una volta da tutti gli enti territorialmente interessati, compresa la Regione. Quest’ultima iniziativa, attraverso numerosi confronti e discussioni, ha portato all’acquisizione di un buon livello di consenso tra le comunità locali.

 

Recentemente, la proposta per la quasi totalità dell’area del suo riconoscimento come Sito di Interesse Comunitario (D.M. 3 aprile 2000, n. 65), ai sensi della Direttiva 92/43/CEE, ha reso ancor più opportuna ed urgente l’istituzione di un’area protetta.  


Finalità del Parco

 Le finalità dei parchi regionali sono chiaramente elencate all’art. 1 della Legge 6 dicembre 1991, n. 394 “Legge Quadro sulle Aree Protette” e all’art. 1 della Legge Regionale 2 aprile 1988, n. 11 “Disciplina dei Parchi regionali e delle Riserve Naturali”.

Complessivamente possono esser così ricapitolate:

·     Conservazione, riqualificazione e valorizzazione dell’ambiente naturale; di specie animali o vegetali e dei loro habitat, particolarmente se rari o in via di estinzione; di associazioni vegetali o forestali; di comunità biologiche, di biotopi; di formazioni geologiche, geomorfologiche, speleologiche di rilevante interesse storico, scientifico, culturale, didattico, paesaggistico; di formazioni paleontologiche; di valori scenici e panoramici; di processi naturali; di equilibri idraulici e idrogeologici; di equilibri ecologici;

·     tutela, risanamento, restauro, valorizzazione delle preesistenze edilizie storiche, delle emergenze architettoniche, dei manufatti e degli assetti storici del paesaggio;

·     recupero di aree marginali degradate, nonché ricostituzione e difesa degli equilibri ecologici, ivi compresi gli equilibri delle zoocenosi e il loro possibile controllo, con particolare riferimento alle specie animali eventualmente non in equilibrio;

·     promozione e realizzazione di programmi di studio, di ricerca scientifica e di educazione ambientale, con particolare riguardo agli aspetti connessi all’evoluzione della natura, alla vita e all'attività dell'uomo nel loro sviluppo storico; realizzazione di percorsi didattici naturalistici e storici;

·     valorizzazione del rapporto uomo-natura, anche mediante l'incentivazione di attività culturali, educative, formative, ricreative compatibili e del tempo libero collegate alla fruizione ambientale;

·     promozione della agricoltura biologica, di quella legata a modalità colturali tradizionali ed ecosostenibili e delle produzioni agroalimentari tipiche dell’area;

·     qualificazione e promozione delle attività economiche compatibili con le finalità istitutive del Parco e dell’occupazione locale, secondo criteri di sviluppo sostenibile, anche al fine di un migliore rapporto uomo-ambiente;

·     valorizzazione della cultura, della storia, delle tradizioni e delle identità locali più significative e salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali.

 

E’ evidente da tale elenco che l’istituzione di un Parco regionale non persegue soltanto obiettivi di conservazione e tutela dei beni naturali, che tuttavia risultano prioritari, ma che proprio il raggiungimento di tali finalità determina le condizioni per l’attuazione di politiche di sviluppo sostenibile. E’ solo in un ambiente naturale, in un territorio ricco di paesaggi, storia, cultura e tradizioni, ben conservati e gestiti, come può e deve avvenire particolarmente in un Parco, che si rende possibile sviluppare attività agricole sostenibili collegate alla valorizzazione dei prodotti agroalimentari, incentivare e promuovere forme di turismo consapevole ed attività di educazione ambientale.

 

In relazione all’impatto sempre più intenso ed esteso provocato dalle attività dell’uomo sull’ambiente terrestre in generale, il tema della necessità di tutela della diversità biologica, del paesaggio, del patrimonio culturale, architettonico e testimoniale ha assunto progressiva importanza, sia quanto attenzione dell’opinione pubblica, di singoli e gruppi di cittadini, sia quanto ampiezza, complessità, scientificità con cui è stato affrontato dalle istituzioni pubbliche.

 

E’ per questi motivi che si stanno intensificando le azioni di protezione e conservazione e tra queste anche l’istituzione di Aree Protette, luoghi privilegiati (Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro, 1992) per l’attuazione di politiche integrate orientate a garantire finalità di conservazione e di tutela specifiche e diffuse, ma anche a  sperimentare iniziative capaci di coniugare attività umana e ambiente naturale.

 

Tutti gli elementi citati come basilari per l’istituzione e la “costruzione” di un’Area Protetta, in termini di patrimonio naturale, storico-culturale nonché di attività tradizionali sostenibili, sono ampiamente diffusi nel territorio considerato. Si pensi al complesso sistema di grotte, doline, risorgenti, al valore delle colonie di Chirotteri (pipistrelli) nelle grotte del gesso, alla nidificazione del raro Gufo reale, alla presenza (unica in Italia e nell’intera Unione Europea) della localizzata Felcetta persiana; si considerino gli spettacolari ed unici panorami della Riva di San Biagio e delle rupi di Monte Mauro; si pensi all’affascinante centro storico di Brisighella, ai ritrovamenti preistorici nelle grotte di Borgo Rivola, agli eventi bellici durante la seconda guerra mondiale; si consideri, infine, la straordinarietà di un paesaggio agricolo a piccoli campi chiusi con coltivi, prati, frutteti e vigneti piacevolmente adagiati sui dolci colli circostanti la Vena, interrotti bruscamente dall’emergere grandioso delle rupi scoscese rivolte a meridione.

 

Questo assetto, risultato di un’agricoltura in parte ancora tradizionale, oltre a modellare il paesaggio, fornisce prodotti di grande qualità, apprezzati e riconosciuti grazie ai marchi di qualità attribuiti ai vini, all’olio d’oliva, alla frutta, allo scalogno e alla vacca romagnola.

 

Anche se esiste già un diffuso patrimonio di conoscenze relative alle componenti naturali, culturali, storico-architettoniche del territorio, uno dei compiti prioritari del Parco è quello di promuoverne l’approfondimento sia a fini conoscitivi per l’informazione e la divulgazione, sia per ottimizzare la propria attività di gestione. L’area del Parco si costituisce così come ambito preferenziale per l’esecuzione di studi e ricerche scientifiche, e la sperimentazione di tecniche e modelli di comunicazione e gestionali anche interagendo con organismi ed enti nel settore della ricerca, università, musei, istituti di ricerca, contribuendo così ad accrescere i motivi di interesse e la notorietà dell’area.

 

L’informazione, la comunicazione, l’educazione ambientale, l’organizzazione della fruizione turistica, sono attività da privilegiarsi da parte del Parco e capaci di ampliare la sua area di interesse oltre i confini dei Comuni direttamente coinvolti per territorio e oltre ai semplici aspetti di attrattiva.

 

In particolare, l’offerta di servizi, (di strutture e attrezzature per la fruizione, programmi di educazione ambientale, partecipazione alle esperienze di gestione e conservazione) può sicuramente trovare un grande bacino di utenza fra gli abitanti delle aree urbanizzate dei grandi Comuni di pianura delle due Province (Imola, Faenza, Bologna).

 

L’appartenenza al Sistema Regionale delle Aree Protette e l’inclusione nel circuito nazionale delle Aree Protette permetterà un considerevole ampliamento del bacino di utenza potenziale.

 

Inoltre, le caratteristiche di unicità e rappresentatività delle componenti naturali della Vena del Gesso Romagnola, riconosciute all’interno di un sistema di conservazione europeo e correttamente divulgate, possono costituire motivo di richiamo per i cittadini di tutto il continente.

 

La presenza del Parco costituisce una importante opportunità di sviluppo economico e sociale. Le azioni di qualificazione intraprese dal Parco ed il ruolo del Parco come area laboratorio, permettono di promuovere l’attività ad esempio di imprese agricole (lotta biologica, prodotti di qualità) ed edilizie (recupero del patrimonio architettonico, adozione tecniche tradizionali), migliorando la qualità del lavoro e il valore dell’impresa stessa, con aumento delle potenzialità di impiego anche all’esterno, per prestazioni d’opera altamente specializzata.

 

 

Perimetro, Zonizzazione e Normativa

 

 

Il perimetro e la zonizzazione istitutivi

 

Le informazioni e i dati relativi alle presenze naturalistiche e il quadro della programmazione consolidato nel tempo, non pongono problemi per la definizione del perimetro e della zonizzazione della legge istitutiva.

 

 

Il Piano Territoriale Paesistico Regionale

 

Il perimetro proposto è stato confrontato con le previsioni del Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR) di cui il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) di Ravenna e il Piano Infraregionale (PTI) di Bologna costituiscono stralcio per il territorio cui ineriscono.

 

Il territorio ricadente all’interno del perimetro di Parco è tutelato dal PTPR da due diverse forme di vincolo ambientale, delle quali una a maggiore protezione. Si tratta, in particolare, del vincolo imposto dall’articolo 25 “zone di tutela naturalistica” e dall’articolo 19 “zone di particolare interesse paesaggistico-ambientale”.

 

La zonizzazione della presente proposta, verifica una sostanziale corrispondenza tra le zone di Parco e le “zone di tutela naturalistica” (art. 25) e tra le zone di Parco e pre-parco e le “zone di particolare interesse paesaggistico-ambientale” (art. 19).

Le norme del PTPR riferite a tali zone sono il riferimento per le norme di salvaguardia della proposta di Legge Istitutiva.

 

La mancanza di corrispondenza tra zone di tutela naturalistica e zone di Parco riguarda per lo più situazioni poco significative dal punto di vista qualitativo e quantitativo (dintorni di abitazioni, piccoli poderi), ad eccezione della zona della cava di monte Tondo.

Questa e le altre situazioni verranno affrontata dal Piano Territoriale del Parco (PTP) mediante una normativa adeguata.

 

Il perimetro istitutivo e le zonizzazioni di salvaguardia possono essere, dunque, considerate un efficace livello di protezione e salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio naturale fino alla realizzazione del PTP.

 

 

Il Sito di Interesse Comunitario in attuazione della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e Direttiva 79/409/CEE “Uccelli”

 

Il perimetro proposto è stato confrontato anche con il perimetro del Sito di Interesse Comunitario (SIC) IT4070011 Vena del Gesso Romagnola (D.M. 65 del 3/4/2000), per il quale vigono le norme di salvaguardia stabilite dalla Direttiva 92/43/CEE e dal D.P.R. n. 357 del 8/9/1997).

 

I due perimetri sono in pratica coincidenti nella zona a Sud della Vena del Gesso, ove spesso il perimetro proposto per il Parco racchiude un territorio anche più esteso. Invece, nella parte a Nord, corrispondente alla zona dei calanchi nelle argille plioceniche, il SIC è considerevolmente più esteso del Parco. Ciò deriva dal fatto che i prati aridi dei calanchi e le zone umide pedecalanchive costituiscono habitat prioritariamente tutelati dalla Direttiva “Habitat”.

 

Per adeguare la zonizzazione alla presenza degli elementi prioritariamente tutelati, è stata verificata la distribuzione degli habitat protetti dall’Unione Europea e inclusi nell’allegato I della Direttiva “Habitat”.


Habitat tutelati dalla Direttiva 92/43/CEE “Habitat”

Boschi

·        Foreste di Castanea sativa

·        Foreste di Quercus ilex et Quercus rotundifolia

·        * Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae)

Arbusteti

·        Formazioni di Juniperus communis su lande o prati calcarei

Calanchi

·        Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco Brometalia) con stupenda fioritura di orchidee)

·        Praterie con Molinia su terreni calcarei torbosi o argilloso-limosi (Molinion caeruleae)

Rupi

·        Formazioni erbose calcicole rupicole o basofile dell'Alysso-Sedion albi

·        Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica

Cavità

·        Grotte non ancora sfruttate a livello turistico

 

La stessa Direttiva 92/43/CEE riporta un elenco di specie animali e vegetali i cui ambienti di vita devono essere conservati; analogamente, la Direttiva 79/409/CEE “Uccelli” riporta un elenco di specie ornitiche protette i cui siti di nidificazione, sosta e svernamento devono essere conservati. Quindi, si è scelto di analizzare anche la distribuzione degli habitat di queste specie, di seguito elencate:

 

Mammiferi

 

Ferro di cavallo maggiore

 

Ferro di cavallo minore

 

Ferro di cavallo euriale

 

Vespertilio di Monticelli

 

Vespertilio maggiore

 

Miniottero

 

Uccelli

fenologia

Pecchiaiolo

n, m

Albanella minore

n, m

Re di quaglie

m

Gufo reale

s, n

Succiacapre

n, m

Martin pescatore

s, n, m

Calandrella

m

Tottavilla

n, m

Calandro

n, m

Balia dal collare

m

Averla piccola

n, m

Averla cinerina

m

Ortolano

n, m

Rettili

 

Testuggine palustre

 

Anfibi

 

Tritone crestato italico

 

Pesci

 

Pigo

 

Lasca

 

Vairone

 

Rovella

 

Barbo

 

Barbo canino

 

Savetta

 

Cobite

 

Insetti

 

Callimorpha quadripunctaria

 

Lucanus cervus

 

Osmoderma eremita

 

Cerambix cerdo

 

 

Le specie valutate come di maggiore importanza durante la fase istruttoria degli adempimenti delle Direttive citate, sono di seguito riportate con l’indicazione dell’ambito scelto per la tutela della specie e del tipo di zona con cui tale ambito è stato protetto:

 

Specie

Habitat

Forma di Tutela

Ferro di cavallo maggiore

grotte

zona A, B, C

Ferro di cavallo minore

grotte

zona A, B, C

Ferro di cavallo euriale

grotte

zona A, B, C

Vespertilio di Monticelli

grotte

zona A, B, C

Vespertilio maggiore

grotte

zona A, B, C

Miniottero

grotte

zona A, B, C

Albanella minore

prati in aree calanchive nei pressi della Vena; prati in aree calanchive e agricole estensive

zona C; tutela della vegetazione prativa in zona A, B, C e pre-parco

Gufo reale

rupi

zona A

Ortolano

macchie termofile più estese nei pressi della Vena; macchie distribuite nei calanchi e nelle aree agricole estensive

zona B, zona C; tutela di siepi e macchie in aree pre-parco

Osmoderma eremita

salicete a Salix alba

tutela della vegetazione di ripa in zona A, B, C e pre-parco

 

 

Ulteriori valutazioni tecnico-scientifiche

 

Infine, è stata analizzata la distribuzione delle specie animali e vegetali di maggiore importanza conservazionistica, allo scopo garantire una adeguata tutela agli ambienti di vita di tali elementi naturali.

Le specie di maggiore importanza sono di seguito riportate, con l’indicazione dell’ambito scelto per la tutela della specie e del tipo di zona con cui tale ambito è stato protetto:

 

Specie

Habitat

Forma di Tutela

Cheilanthes persica

rupi

zona A per i due principali nuclei; zona B per tutti gli ambiti di vegetazione

Istrice

macchie termofile più estese nei pressi della Vena, garighe; macchie nei calanchi e nelle aree agricole estensive

zona B, zona C; tutela di siepi e macchie in aree pre-parco


 

Ululone appenninico (*)

pozze marginali di rii e torrenti

tutela di rii e torrenti in zona A, B, C e pre-parco

 

(*) L’Ululone appenninico (Bombina pachypus) è stato distinto come buona specie dal congenere Ululone ventre giallo (Bombina variegata) successivamente all’emanazione della Direttiva 92/43/CEE, che include in allegato II quest’ultima specie.

 

 

Conclusioni

 

Si è provveduto a mantenere, per quanto possibile, tipologie ambientali analoghe nello stesso ambito di zonizzazione di salvaguardia.

Pertanto, si è deciso di uniformare la zonizzazione per ambienti unitari e, in particolare, si sono incluse interamente in zona A le rupi più imponenti e le risorgenti; in zona B tutte le aree boscate tra cui i castagneti a Nord della Vena, le aree di accumulo dei massi di crollo, gli arbusteti termofili; in zona C i calanchi e le aree agricole estensive miste a residui di ambienti naturali, i pascoli e i castagneti a Sud della Vena; in pre-parco le restanti aree agricole specializzate e le aree calanchive più distanti dalla Vena.

In particolare, relativamente alle attività agricole presenti la zonizzazione dell’area protetta include in area di pre-parco tutte le aree ad agricoltura specializzata (frutteti, vigneti, oliveti, seminativi estesi). In alcuni casi si trovano in zona C le zone ad agricoltura estensiva e marginale, i prati stabili, i pascoli, i piccoli appezzamenti a seminativo in aree strettamente connesse alla vegetazione naturale. Non vi sono zone agricole in zona B o A di Parco, ad esclusione dei castagneti a Nord della Vena, ricompresi volutamente in zona B, proprio per dare maggior valore a questo tipo di coltivazione, a bassissimo impatto, fondamentale per la biodiversità ad essa connessa e particolarmente caratterizzante il paesaggio a Nord della Vena.

 

In questo modo è stata superata la segmentazione per ambiti geografici o amministrativi e si è data continuità ad una individuazione rettamente per ambienti, piuttosto che per confini di vallata o amministrativi.

Il perimetro ha tenuto conto dell’importanza di creare un’area protetta avente uno sviluppo continuo e una continuità tra le due Province delle zone di Parco e del perimetro dell’Area Protetta.

 

Le tre zone di salvaguardia A, B, C, rispecchiano così la prefigurazione di altrettanti livelli di tutela decrescente. E’ universalmente riconosciuto dalla disciplina, per le politiche di conservazione e gestione del territorio, lo sviluppo concentrico delle zone di protezione. Ciò consente di graduare la tutela e di proteggere al meglio le emergenze ambientali racchiuse entro le zone A e B.

Attorno a tali zone viene previsto un ambito di salvaguardia denominato pre-parco, con funzioni di filtro e cuscinetto. Quest’ultimo ambito territoriale è di importanza fondamentale per poter avviare strategie di incentivazione, promozione e gestione di attività sostenibili data la presenza in tali aree di attività produttive da intrecciare con la tutela e la conservazione esercitate complessivamente nel territorio del Parco.

 

La proposta di perimetro e zonizzazione per la Legge Istitutiva, in termini quantitativi, è così sintetizzata:

 

Zona

Superficie (ha)

zone A

52

zone B

738

zone C

1256

totale parco (zone A+B+C)

2046

pre-parco

4123

totale area protetta

(parco e pre-parco)

6169

 

 

Criteri per la stesura delle Norme di Salvaguardia

 

Le Norme di Salvaguardia per la tutela del territorio dell’area protetta in attesa dell’adozione del Piano Territoriale del Parco costituiscono un elaborato indispensabile della legge istitutiva (L.R. 11/88).

 

Sono comunque escluse dalle norme di salvaguardia le aree comprese nei territori urbanizzati individuati ai sensi del punto 3) del secondo comma dell'art. 13 della LR 7 dicembre 1978, n. 47 e successive modifiche ed integrazioni.

 

Nelle zone A, B e C è vietato l’esercizio venatorio a norma dell’art. 20 della Legge 6 dicembre 1991, n. 394.

 

Le Norme di Salvaguardia per la proposta di Legge Istitutiva del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola sono state redatte in linea con il contenuto dell’art. 5, adattandolo alle specificità territoriali per garantire il proseguimento delle attività in essere e per assicurare adeguata tutela agli elementi di maggior importanza conservazionistica.

 

Tali Norme sono finalizzate a garantire la protezione dell’ambiente e del territorio nel breve lasso di tempo che intercorre tra l’istituzione dell’area protetta e la adozione del Piano Territoriale del Parco da parte delle Province di Ravenna e Bologna.

 

In particolare, le Norme di Salvaguardia non pongono alcun limite alle attività agricole esistenti.

Nelle aree di pre-parco le uniche norme prevedono il mantenimento delle siepi di confine e della vegetazione di ripa di fossi e torrenti e la conservazione di prati seminaturali e pascoli nelle aree calanchive.

L’abbattimento dei castagneti è vietato sia in zona B che in zona C, proprio per tutelare questa tipologia colturale.

Sono consentite le categorie d’intervento già ammesse sui singoli edifici dai vigenti strumenti urbanistici di ciascun comune, per quanto riguarda la zona B; in zona C e di pre-parco sono ammesse le nuove strutture edilizie, solo se finalizzate allo sviluppo dell’attività agricola e agrituristica, con alcune limitazioni legate alla localizzazione e alle metodologie di intervento.

 

Attraverso le Norme Tecniche di Attuazione del PTP saranno specificamente stabilite le compatibilità delle attività di uso delle risorse e, attraverso le connesse norme regolamentari, verranno, in seguito definite le modalità precise di esecuzione delle attività stesse.

E’ indispensabile che le componenti naturali e seminaturali del territorio giungano al termine delle fasi di redazione del Piano Territoriale del Parco il più possibile integre, per non rischiare di comprometterne la gestione e la conservazione prima di averne deciso le precise modalità di esecuzione.

 

I vincoli delle Norme di Salvaguardia, in definitiva, devono essere interpretati come un temporaneo strumento per il mantenimento di beni il cui utilizzo sostenibile, compatibile con le finalità del Parco, deve ancora essere programmato e regolamentato.


Temi e Azioni del Parco

 

 

La Conservazione della Natura e della Biodiversità

 

La conservazione della Natura e della Biodiversità costituisce l’obiettivo fondamentale dell’area protetta ed il risultato che, più di altri, ne permette una valorizzazione all’esterno, a livello il territorio regionale, nazionale, internazionale. Un successo acquisito nella conservazione è certamente il miglior strumento di promozione di un’area protetta, oltre ad essere un risultato di grande valore scientifico, naturalistico, sociale. Se si pensa al Parco Nazionale del Gran Paradiso viene subito in mente il salvataggio dall’estinzione dello Stambecco, analoga associazione di idee scatta tra Parco Nazionale d’Abruzzo e Orso marsicano o Camoscio d’Abruzzo, per citare esempi eclatanti e davvero noti al grande pubblico.

 

La conservazione può essere rivolta a tutti gli elementi dell’ecosistema: habitat naturali, ambienti seminaturali (che costituiscono elementi caratterizzanti del paesaggio, come i castagneti, la struttura del paesaggio agricolo a campi chiusi, le siepi), emergenze geologiche (di cui la Vena del Gesso è un vero museo naturale), tipologie vegetazionali, specie di flora e fauna, con particolare riferimento agli elementi minacciati, rari, localizzati, endemici, caratteristici.

Il territorio del Parco è ricco di elementi di grandissimo valore conservazionistico, citati al paragrafo che illustra le scelte relative al perimetro e alla zonizzazione.

 

Il Parco svolge direttamente e promuove azioni di ricerca finalizzate alla conoscenza del patrimonio naturale dell’area protetta e all’individuazione degli elementi che necessitano di prioritari interventi di conservazione, nonché a delineare i possibili interventi gestionali. La presenza delle componenti naturali è sottoposta da parte del Parco ad una continua azione di monitoraggio, allo scopo di controllarne le dinamiche (ad esempio le dinamiche vegetazionali di habitat particolari) e lo status di conservazione e di valutare gli esiti degli interventi gestionali avviati. I dati permetteranno l’allestimento di un sistema informativo territoriale come strumento indispensabile per la gestione dei dati e per la conservazione del patrimonio naturale dell’area protetta.

Nella raccolta dei dati e negli interventi gestionali sugli ambienti ipogei sarà determinante la collaborazione delle locali Associazioni Speleologiche.

 

L’azione del Parco a tutela del patrimonio naturale mirerà a coinvolgere il contributo attivo di tutte le componenti del volontariato, associazioni e singoli cittadini presenti sul territorio.

 

La gestione attiva degli habitat potrà comportare il controllo delle fasi dinamiche di habitat di interesse, allo scopo di evitare stadi evolutivi che ne compromettano la conservazione. Anche gli interventi di rinaturalizzazione contribuiranno alla conservazione ed al ripristino di habitat rari e minacciati, oltre che a realizzare una rete ecologica di siti naturali collegati da corridoi. In tali processi fondamentale sarà il coinvolgimento delle Aziende Agricole locali.

La conservazione di ambienti seminaturali associati all’uso agricolo potrà essere attuata anche utilizzando finanziamenti per il settore agricolo e tramite il diretto coinvolgimento degli operatori di settore. In particolare, l’uso agricolo di alcuni ambiti ha determinato, nel tempo, l’affermazione di tipologie vegetazionali spiccatamente mediterranee, favorite dal disboscamento, dal pascolo, dall’abbandono di coltivi, che aumentano la biodiversità dell’area protetta ed aggiungono valore agli ambienti seminaturali presenti nei dintorni della Vena.

 

La gestione delle specie animali, invece, potrà essere eseguita attuando interventi di controllo su specie invasive, alloctone o sfuggite all’equilibrio naturale (anche mediante stretta collaborazione con gli Ambiti Territoriali di Caccia), conservando specie ex-situ o reintroducendo specie estinte, ripristinando habitat idonei a specie rare o estinte.

La corretta gestione faunistica, oltre ad eventuali piani di controllo delle specie all’interno del Parco, comporta la regolamentazione del prelievo venatorio sostenibile all’interno delle aree di pre-parco.

 

Ambienti ben conservati, attraverso una corretta azione di tutela, comportano la possibilità di prelievo delle risorse che producono. Tale prelievo è, in generale, compatibile. Necessita, tuttavia, di una regolamentazione rapportata ai carichi sostenibili dagli habitat specifici in cui le risorse sono prodotte e per garantire la conservazione di taluni elementi naturali e la possibilità di proseguire il loro eventuale sfruttamento, che sarebbe impossibile a seguito dell’estinzione della risorsa. Il prelievo è in seguito trattato in specifici capitoli dedicati alle diverse attività ipotizzabili nell’area.

 

La conclusiva verifica della compatibilità di alcune attività nei confronti degli obiettivi di tutela viene operata attraverso le definizioni della perimetrazione e zonizzazione definitive e delle norme di attuazione nella fase di redazione del Piano Territoriale del Parco. Il Regolamento del Parco potrà stabilire inoltre le modalità con cui le attività ammissibili potranno essere svolte per non compromettere o addirittura per supportare l’azione di tutela.

 

 

La Conservazione del Paesaggio per la Qualificazione del Territorio

 

I paesaggi della Vena possono essere identificati e classificati come paesaggi naturali, seminaturali (agricoli), urbanizzati, “di margine ” (di transizione).

 

I paesaggi naturali sono dominati in modo incontrastato dall’emergenza gessosa che assume la forma di rupi, macereti rocciosi, doline e cavità naturali, ambienti che ospitano associazioni vegetali caratteristiche legate al microclima di volta in volta diverso.

Così, a Sud della Vena è diffusa una gariga tipicamente mediterranea con Terebinto e Ginestra e, immediatamente a Nord, si estendono castagneti e boschi freschi con Rovere e Frassino.

I calanchi costituiscono l’altro grande elemento del paesaggio naturale, con gli aspetti coperti da vegetazione prativa arida, di roccia nuda con frane di argille azzurre in perenne movimento e di piccole zone umide nelle parti basali.

 

I paesaggi agricoli (l’agricoltura nel territorio del Parco sarà trattata dettagliatamente in seguito) assumono connotati diversificati nei due diversi ambiti, a Nord e a Sud della Vena. A Nord, i castagneti prevalgono sul crinale dell’emergenza gessosa e i seminativi e prati da sfalcio o pascoli occupano la zona dei calanchi; a Sud invece, frutteti e vigneti dominano il paesaggio dei fondovalle; con l’eccezionale presenza dell’ulivo nella sola valle del Lamone mentre, nella zona di Campiuno, sono diffusi estesi castagneti.

 

In tutti i casi, comunque, il paesaggio agricolo è vario ed articolato, reso gradevole dalla presenza di appezzamenti di piccole dimensioni, di colture distribuite a mosaico e dall’alternanza di aree coltivate con aree naturali (boscaglie, macchie, calanchi) o seminaturali (siepi, prati).

 

I paesaggi urbani maggiormente connessi alla Vena del Gesso e ricompresi entro il perimetro del Parco sono caratterizzati da nuclei edificati sul gesso e, in alcuni casi, con il gesso. I tre colli di Brisighella (con la Torre dell’Orologio, la Rocca e il Santuario del Monticino), il borgo di Crivellari, il centro storico di Borgo Rivola, il centro storico di Tossignano, sono gli elementi più caratteristici dello storico paesaggio costruito della Vena.

 

Compito del Parco è quello di conservare gli elementi di valore, quali centri storici, rocche, chiese, piccoli borghi e nuclei medioevali, nuclei abitati legati al gesso, insediamenti sparsi di particolare pregio architettonico e paesaggistico, aree di scavo archeologico.

 

Infine, i paesaggi “di margine”: aree comprese  tra ambienti agricoli ambienti naturali ed ambienti costruiti dei centri abitati, sono spesso gli ambiti che necessitano di maggiore attenzione per una riqualificazione del loro ruolo di transizione da e di connessione di connotazioni ecologiche, antropiche, estetiche differenziate.

 

Nell’impegno gestionale del Parco assumeranno ruolo prioritario l’identificazione dettagliata dei quadri paesistici (studio da svolgersi nel corso della stesura del PTP); le azioni di ripristino e restauro del paesaggio, sia tramite interventi diretti, sia attraverso l’adozione di norme e di tecniche e materiali tradizionali (soprattutto per la riqualificazione dei paesaggi urbani) da affrontarsi nel Regolamento; l’erogazione di incentivi per il coinvolgimento delle Aziende Agricole in progetti di ripristino di elementi di elevato valore paesaggistico; la realizzazione di elementi per l’interconnessione tra elementi paesaggistici diversi (ambiente naturale - ambiente antropizzato), ad esempio tramite la riqualificazione delle pertinenze di edifici di valore storico architettonico.


Un’Agricoltura sostenibile come strumento di Conservazione e Sviluppo

 

L’agricoltura è la principale attività produttiva condotta internamente al perimetro istitutivo del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola; gran parte del territorio circostante l’emergenza gessosa è, infatti, destinato alle colture agricole e all’allevamento. Le aree agricole dominano e caratterizzano il paesaggio del Parco e della Vena.

 

L’assetto del territorio agricolo della Vena del Gesso è caratterizzato da una spiccata mediterraneità, determinata da alcune delle colture tradizionalmente più diffuse e dalla vegetazione seminaturale che ad esse si affianca, nelle siepi, nei boschetti e negli arbusteti termofili degli incolti di margine con alto contenuto di biodiversità.

 

L’ulivo, l’albicocca, la vite, costituiscono coltivazioni tipicamente mediterranee che trovano nell’area clima e suoli adatti alla coltivazione. Questo assetto, va considerato come un aspetto particolare ed unico all’interno del quadro agricolo regionale, sia per la sua configurazione di insieme che per le tipologie di prodotto che danno prodotti unici a livello regionale e, in quanto tali, di grande pregio anche a livello nazionale ed europeo, in qualche caso già ampiamente riconosciuto.

 

Il valore dell’assetto agricolo del territorio della Vena del Gesso risiede anche nel suo essere costituita da un caratteristico mosaico di piccoli appezzamenti e di piccole colture , con successione di diverse  tipologie, in un tessuto misto dove i campi coltivati sono ancora separati da siepi e affiancati a prati, calanchi, boschetti e macchie.

 

L’agricoltura nel Parco, quindi, si configura non solo come una attività fondamentale per lo sviluppo di queste aree, ma anche come uno degli strumenti decisivi per la conservazione della diversità biologica e del paesaggio.

 

Essa deve, quindi, essere oggetto di particolare considerazione da parte del Parco, per il mantenimento e l’eventuale allargamento di coltivazioni di qualità attraverso pratiche agricole a basso impatto ambientale, attraverso strumenti di incentivazione e di promozione diretta dei prodotti tipici, attraverso l’uso sistematico delle opportunità offerte dai regolamenti comunitari come inquadrati nel Piano Regionale di Sviluppo Rurale. I prodotti agricoli costituiscono, inoltre, la base su cui è già costruita una consolidata tradizione enogastronomica che il Parco deve mirare a rafforzare attraverso la promozione di marchi di qualità e a inserire in circuiti commerciali e turistici, come già accade in molti altri parchi regionali.

 

In connessione con la strutturazione ed organizzazione di flussi di visitatori interessati alla visita dell’area protetta, per le sue caratteristiche naturali, paesaggistiche, storico culturali, è prevedibile un ruolo nuovo delle Aziende Agricole connesso alla trasformazione primaria e vendita diretta dei prodotti e/o all’offerta di servizi ricettivi (agriturismo, bed & breakfast) ai visitatori stessi.

La maggiore riconoscibilità e l’espansione del bacino di utenza comporteranno un aumento della domanda sui luoghi stessi produzione e conseguentemente del valore dei prodotti ricavabile direttamente dai produttori.

 

Per l’agricoltura condotta nelle Aree Protette il Piano Regionale di Sviluppo Rurale della regione Emilia-Romagna, in attuazione dei Regolamenti applicativi (1257/99, 1750/99) in attuazione di Agenda 2000 è previsto un trattamento preferenziale.

I premi per le azioni di miglioramento ambientale e per l’adozione di tecniche colturali sostenibili (agricoltura biologica e integrata), previsti dal Piano Regionale di Sviluppo Rurale sono, ad esempio, più elevati mediamente del 20% per gli agricoltori che esercitano la propria attività entro le Aree Protette.

A tali incentivi possono, inoltre, essere associati anche gli incentivi allo sviluppo aziendale (Asse 1) e per il miglioramento infrastrutturale (Asse 3).

Attraverso la promozione e la stipula di Accordi Agroambientali il Parco può assumere un ruolo di programmazione all’interno del settore in modo tale da concentrare in tali aree un volume sempre maggiore di incentivi economici in attuazione dei Regolamenti comunitari, finalizzati alle esigenze specifiche della realtà agricola dell’area.

 

Il ruolo del Parco diviene dunque fondamentale per guidare l’assetto del territorio agricolo e delle produzioni verso un’agricoltura che realizzi nello stesso tempo obiettivi economici e di conservazione della natura.

L’azienda e l’imprenditore agricolo assumono, in questo modo, un ruolo di attore decisivo per le finalità connesse alla realizzazione dell’area protetta e allo sviluppo economico e sociale sostenibile del territorio.

 

In tal senso, la collaborazione e la partecipazione diretta degli agricoltori alle politiche di gestione del Parco è fondamentale. Le collaborazioni tra agricoltori ed Ente di Gestione saranno avviate per:

·     facilitare, attraverso informazione e assistenza, l’adesione delle aziende alle misure previste dal Piano Regionale di Sviluppo Rurale ed indirizzarne l’applicazione, attraverso la promozione di accordi agro-ambientali, alle specifiche problematiche della realtà agricola locale;

·     favorire le aziende impegnate nell’agricoltura biologica e/o quelle vocate alle produzioni tipiche, tradizionali e di qualità;

·     attuare progetti pilota per l’agricoltura sostenibile;

·     promuovere la valorizzazione dei molti prodotti tipici, tradizionali e di qualità caratteristici della zona della Vena del Gesso Romagnola;

·     incoraggiare azioni di conservazione della biodiversità delle specie vegetali ed animali di interesse agricolo (antiche varietà vegetali e razze animali tipiche locali, come ad esempio i bovini di razza romagnola);

·     promuovere il ripristino e la conservazione degli spazi naturali e semi-naturali (es. pascoli, siepi perimetrali, stagni irrigui) tipici degli elementi dell’agro-ecosistema;

·     tutelare le aree forestali attraverso interventi di salvaguardia e miglioramento dei soprassuoli, per accrescerne i caratteri di naturalità e di biodiversità, conservare e ripristinare le cenosi tipiche locali biologicamente e strutturalmente complesse e differenziate.

 

Inoltre, saranno obiettivi del Parco: l’incentivazione, la promozione e il sostegno delle attività di agriturismo; il coinvolgimento delle aziende agricole nella gestione della fruizione dell’area protetta (sia mediante l’esecuzione di visite guidate sia mediante la stipula di convenzioni per la gestione delle infrastrutture); lo svolgimento di attività di educazione ambientale e di visita presso le aziende agrituristiche; l’offerta e la promozione dei prodotti di qualità tipici e tradizionali, presso i Centri Visita del Parco, negli spazi multimediali dedicati all’area protetta, durante la partecipazione a fiere e convegni.


Prodotti di qualità certificata della zona della Vena del Gesso

Prodotto

Riconoscimento

Albana di Romagna

DOCG

Trebbiano di Romagna

DOC

Sangiovese di Romagna

DOC

Cagnina di Romagna

DOC

Olio Extravergine di Oliva di Brisighella

DOP

Pera dell’Emilia-Romagna

IGP

Pesca di Romagna

IGP

Nettarina di Romagna

IGP

Scalogno di Romagna

IGP

Marrone di Castel del Rio

IGP

Bovini di razza Romagnola

QC

Agnellone

QC

 

 

Organizzare e promuovere la Fruizione del Parco come motore di un Turismo sostenibile

 

Il Parco agisce, in primo luogo, attraverso la organizzazione, la creazione di strutture e la messa in opera di attrezzature per orientare la fruizione alla conoscenza e al godimento delle proprie particolarità naturali, paesaggistiche, storico culturali, che ne costituiscono l’identità attrattiva per il visitatore. La promozione di una fruizione sostenibile nel territorio dell’area protetta è, infatti, uno dei compiti fondamentali del Parco.

 

Il Parco provvederà, dunque, a progettare, realizzare e mantenere una rete di strutture e di servizi per la visita (sentieri, centri visita, musei, parcheggi, aree attrezzate, materiale informativo e divulgativo, guide) e a promuoverne l’utilizzo, tenendo conto del diverso carico sostenibile dalle diverse zone del Parco e regolamentando, di conseguenza, le modalità di fruizione.

Il Parco organizzerà un sistema di comunicazione con l’utenza, collegato al proprio sistema informativo territoriale, attraverso il quale opererà anche un monitoraggio della presenza turistica.

 

Si ritiene fondamentale che il Parco operi anche attraverso una funzione di raccordo tra Enti pubblici e privati diversi per orientare l’immagine e la relativa comunicazione alla potenziale utenza. In questo senso, si può ipotizzare l’istituzione di centri di informazione gestiti da operatori diversi, ma tra loro connessi in rete e la predisposizione di strumenti di informazione coerenti con la propria immagine ed utilizzabili da soggetti diversi.

 

Accanto alla formazione di una “visione” che costituisce la sua identità, il Parco dovrà agire per sostenere le iniziative dei privati che intendono adeguare ad essa la propria offerta di servizi turistici.

 

La promozione di un turismo sostenibile nell’area del Parco si dovrà, pertanto, basare sul favorire, promuovere e sostenere anche con incentivi, l’agriturismo, forme di ricettività diffuse tipo bed & breakfast, la riqualificazione di strutture ricettive in senso ecologico, la certificazione di sostenibilità ambientale delle strutture ricettive e di ristorazione, la formazione e la qualificazione degli operatori di settore.

 

Per consentire un’adeguata conoscenza delle offerte dell’area protetta, in termini di attrattive e di strutture per la visita, sarà compito del Parco intraprendere attività di formazione di operatori capaci di fornire servizi al visitatore. Promozione di ristoranti, negozi prodotti tipici, formazione agricoltori per agriturismo o rivendite di prodotti, aggiornamento, animazione degli operatori turistici locali sui temi legati al Parco.

 

Una specifica forma di fruizione, legata alle caratteristiche naturali dei luoghi e già affermata in alcuni Comuni del Parco, è quella del turismo termale, in cui vengono utilizzate le caratteristiche chimico-fisiche delle acque che attraversano il sistema carsico del Gesso. Il Parco ha interesse e una competenza diretta per la tutela delle acque sorgive e fluenti e degli ecosistemi ad esse associati (legge Galli), d’altro canto l’utenza del termalismo, per le sue caratteristiche, è associabile alle iniziative, alle strutture, all’uso delle attrezzature per la fruizione offerte dall’area protetta. In tale campo si configura quindi una collaborazione possibile tra il Parco e gli operatori del termalismo intensa e proficua.

 

Infine, il Parco potrà aderire alla Carta Europea del Turismo sostenibile nelle Aree Protette, adottandone e applicandone localmente i principi ed ottenendo così un importane riconoscimento a livello internazionale.


Le Azioni di Informazione, Divulgazione e Educazione Ambientale

 

L’informazione è rivolta ad un pubblico vasto ed indifferenziato, impiegando mezzi di comunicazione di massa o brevi guide illustrative di carattere generale sul territorio del Parco, le strutture dell’area protetta, le offerte turistiche della zona, le norme per la fruizione.

 

La divulgazione viene, invece, indirizzata verso un pubblico interessato ai temi specifici e può essere attuata tramite pubblicazioni di guide settoriali di dettaglio o tramite presentazioni e interventi a conferenze, convegni e altre forme di incontro pubblico a carattere culturale.

 

L’educazione ambientale è l’attività maggiormente complessa e articolata, tesa ad aumentare la conoscenza dei contenuti, promuovere atteggiamenti e incoraggiare comportamenti responsabili e consapevoli nei confronti dell’ambiente.

 

L’educazione ambientale assume connotati diversi a seconda dei soggetti coinvolti, che non devono essere esclusivamente scolari e studenti, anche se la scuola, e in particolare gli istituti del territorio e di comuni consorziati, dovrà costituire uno degli interlocutori privilegiati del Parco.

 

Le attività educative devono avere contenuti specifici relativi alle caratteristiche del territorio dell’area protetta e devono essere volte a fornire supporti culturali e formativi.

L’organizzazione di un’attività educativa permanente per le scuole dei Comuni del Parco è un obiettivo importante da perseguire, unitamente alla valutazione dei risultati da essa conseguiti. La consapevolezza del ruolo strategico dell’educazione ambientale deve portare all’introduzione di tale attività entro i programmi scolastici, per dare maggiore risalto ai temi dello sviluppo sostenibile, alle azioni intraprese dal Parco, alla conoscenza dell’ambiente dell’area protetta e dei suoi elementi.

 

L’eventuale utilizzo a fini divulgativi e didattici di alcune cavità, individuate e utilizzate in modo da non danneggiare il patrimonio naturale in esse custodito, potrà avvenire tramite la collaborazione delle locali Associazioni Speleologiche.

 


L’uso sostenibile delle risorse naturali

 

La Caccia

 

Il territorio individuato per l’istituzione del Parco regionale della Vena del Gesso presenta una realtà venatoria particolare, connessa alla particolarità ambientale, in cui l’emergenza gessosa divide la zona in due ambiti destinati prevalentemente a due distinte modalità di caccia.

A nord della Vena è soprattutto diffusa la caccia alla piccola selvaggina stanziale (Fagiano, Starna, Pernice rossa, Lepre), cui le aree calanchive ed i coltivi a seminativo e foraggiera sono particolarmente vocati, come testimoniato dalla presenza, fino a poco tempo fa, della Zona di Ripopolamento e Cattura “Rio Ferrato” e dalla presenza delle Zone di Rispetto per la Starna nel ravennate.

A sud della Vena l’attività venatoria è prevalentemente incentrata sul prelievo degli Ungulati (Capriolo, Cinghiale), che rappresentano il maggiore valore faunistico della zona.

 

Qualsiasi intervento di programmazione del territorio agro-silvo-pastorale, per avere una sua validità e per trarre gli auspicati risultati positivi, deve necessariamente essere ricondotto ad un progetto cardine che fissi le direttrici univoche alle quali tutti i provvedimenti debbono attenersi. Questa continuità, sul fronte faunistico e venatorio, è fissata dall’art. 10 della legge n. 157/92, che stabilisce che “tutto il territorio agro-silvo-pastorale nazionale è soggetto a pianificazione faunistico-venatoria” e che “strumento fondamentale della pianificazione è la destinazione differenziata del territorio”.

Da ciò discendono le norme degli dagli artt. 20, comma 3, e 21, comma 2, della legge regionale n. 8/94 e successive modifiche, che regolano la pianificazione faunistica e faunistico-venatoria, rispettivamente nelle zone di parco e nelle aree di pre-parco.

In particolare, per quanto attiene la caccia nelle zone di pre-parco, diviene obbligatorio che i piani, i programmi e le misure di disciplina della caccia relative alle aree contigue oggetto del regolamento siano definiti dalle Province territorialmente interessate d’intesa con l’ente di gestione del parco.

La programmazione degli interventi finalizzati alla protezione ambientale non avviene più solo nelle aree protette ma, attraverso il piano faunistico, elaborato dalle stesse Province, interessa tutto il territorio agro-silvo-pastorale e la programmazione e regolamentazione venatoria, anche attraverso gli Ambiti Territoriali di Caccia, è divenuta prassi comune su tutto il territorio e permette di garantire una presenza venatoria controllata e regolamentata.

Tutte queste considerazioni permettono di individuare gli ATC come istituto idoneo a garantire le tutele previste dalla legge n. 394/91, precedente alle modifiche sulla normativa venatoria sopra indicate, per le aree contigue.

In definitiva, appare opportuno che la gestione faunistica delle aree contigue venga affidata agli ATC, nel rispetto di quanto stabilito dagli strumenti programmatici, e che nelle aree contigue possano esercitare l’attività venatoria tutti i cacciatori ammessi negli ATC nel cui perimetro rientra l’area contigua interessata, leggendo la limitazione del diritto di caccia nelle aree contigue “ai soli residenti” come attinente “ai soli cacciatori ammessi negli ATC nel cui perimetro rientra l’area contigua interessata”.

 

Per la caccia al Cinghiale all’interno del pre-parco, le forme localmente più diffuse risultano la “braccata” e la “battuta”. Queste forme di caccia collettiva, organizzate dalle stesse comunità locali, possono essere mantenute assieme ad altre forme di caccia come la “girata” e il prelievo selettivo.

In ogni caso, la diffusione del Cinghiale, specie completamente sfuggita all’equilibrio naturale, a causa di incroci con esemplari domestici o appartenenti a sottospecie alloctone che ne hanno causato pesanti modifiche ecologiche, etologiche, biologiche, morfologiche, deve essere severamente controllata, sia nelle aree di pre-parco che nelle zone di parco, onde evitare squilibri faunistici, ecologici, ambientali e al fine di prevenire possibili danni alle colture agricole.

 

La gestione della fauna nelle zone di Parco è demandata in modo esclusivo all'Ente di Gestione dell'Area Protetta, il quale autorizza ed attua direttamente ogni intervento gestionale.

Nelle zone di Parco il controllo delle specie di fauna selvatica deve essere esercitato selettivamente e con metodi ecologici (art.19 legge n. 157/92) conformi al Regolamento, effettuati sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell'Ente di Gestione, su parere dell'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, esclusivamente nei casi in cui si renda necessario ricomporre squilibri ecologici. Poiché gli interventi devono essere attuati dal personale dell'Area Protetta o da personale appositamente autorizzato dall'Ente di Gestione, come previsto dalla legge regionale n. 8/94, art. 16, comma 2, il prelievo, attuato secondo le forme più opportune previste dal Regolamento del Parco, potrà essere eseguito dai medesimi selecontrollori che intervengono al di fuori del Parco, mediante individuazione da parte del Parco e collaborazione diretta con i locali ATC.

 

Al fine di garantire un equilibrato assetto degli habitat naturali e diminuire l’impatto sui coltivi da parte della fauna ungulata presente, l’ente di gestione, in accordo con le province territorialmente interessate e attraverso intese con gli ATC e le organizzazioni agricole dell’area, attuerà un costante monitoraggio delle dinamiche quali-quantitative delle popolazioni di ungulati e, sulla base dei dati acquisiti, ponendosi come obiettivo la densità faunistica stabilita dalla carta delle vocazioni faunistiche della regione Emilia-Romagna, valuterà la necessità di elaborare e realizzare piani di gestione faunistici volti al controllo delle specie eventualmente in soprannumero, utilizzando, se necessario, la Polizia Provinciale.

 

 

La Pesca

 

La forma di pesca prevalente, esercitata nel fiume Santerno e nei torrenti Senio e Sintria è la “passata”. Oggetto di pesca sono prevalentemente le specie di Ciprinidi e deposizione litofila caratteristici dei tratti fluviali interessati dal territorio dell’area protetta: Cavedano, Barbo comune, Barbo canino, Lasca, Alborella, Vairone.

 

Tutti tratti dei corsi d’acqua utilizzati per la pesca sono in area di pre-parco o in zona C di Parco, in cui la pesca con la canna è consentita, essendo un’attività decisamente compatibile con i fini istitutivi del Parco. Non ha impatto alcuno sulle specie ittiche di piccole dimensioni né sul novellame delle specie di dimensioni maggiori. Può tutt’al più avere impatto limitato sugli esemplari sub adulti, ma l'introduzione di apposite norme che regolamentino le misure minime di cattura permette di tutelare anche questi esemplari. Inoltre, l’istituzione di tratti cosiddetti “no kill”, garantisce un’adeguata salvaguardia anche dei riproduttori.

Il Regolamento del Parco può ulteriormente normare tale attività, regolamentando le modalità ed i tempi di esercizio della pesca, anche in congruenza con le finalità di conservazione individuate dal Piano Territoriale o indicate dai dati risultanti da successive ricerche, valutandone attentamente l'opportunità.

 

Inoltre, possono essere istituite zone di rifugio con divieto di pesca in ambienti particolari, individuati già dal Piano Territoriale o in seguito a ricerche mirate. Saranno zone di rifugio per la fauna ittica le zone nelle quali le condizioni ambientali, la presenza di specie di importanza conservazionistica, lo svolgimento di fasi delicate del ciclo biologico dei Pesci (es. frega, migrazione), inducano ad istituire divieti di pesca temporanei o permanenti. I tratti fluviali interni al Parco fungeranno, così, da aree di irradiamento dei Pesci, che potranno diffondersi lungo il corso d’acqua provenendo da questi tratti particolarmente salvaguardati e gestiti con attenzione allo scopo.

 

Il Regolamento può contenere anche modalità e tempi di eventuali interventi di ripopolamento.

Gli interventi di ripopolamento effettuati in decenni passati, hanno portato in molti casi allo sconvolgimento delle cenosi ittiche originarie dei corsi d'acqua. Sono state spesso immesse specie alloctone e sottospecie o ecotipi alloctoni di specie autoctone, inoltre, l'areale di alcune specie autoctone è stato modificato in seguito a immissioni in nuovi bacini.

Attualmente vengono effettuati ripopolamenti più attenti, allo scopo di conservare le popolazioni ittiche locali, realizzando esclusivamente immissioni di esemplari appartenenti alle specie autoctone e, in alcuni casi, addirittura ai ceppi locali.

Nelle Aree Protette i ripopolamenti in linea di principio non dovrebbero essere necessari, poiché una migliore gestione ambientale e l'attenta regolamentazione del prelievo dovrebbero evitare il depauperamento della risorsa e garantire possibilità illimitate di prelievo compatibile.

Qualora vi fosse la necessità comunque di intervenire con ripopolamenti, ad esempio per ristabilire inizialmente una situazione drasticamente danneggiata e compromessa, si dovrà utilizzare esclusivamente materiale ittico autoctono.

 

L'Ente di Gestione potrà, infine, prevedere un tesserino obbligatorio per la pesca sportiva nelle zone C di Parco e nel pre-parco, con o senza tassa di concessione. Ciascun pescatore dovrebbe compilare per ogni giornata di pesca il proprio tesserino, contenente alcuni dati statistici utili all'Ente di Gestione per conoscere in modo sempre più approfondito i popolamenti ittici delle proprie acque, nonché le abitudini dei pescatori sportivi che frequentano l'Area Protetta, allo scopo di migliorare continuamente la gestione del proprio patrimonio ittico.

 

Anche da tale attività, come già avviene in diverse Aree Protette in Europa e nel mondo, possono derivare entrate a favore del Parco e l’incremento di flussi di visitatori interessati a tali pratiche che costituiscono un ulteriore segmento di domanda di servizi turistici.

 

Per il periodo compreso tra l’istituzione del Parco e l’approvazione del P.T.P. le norme di salvaguardia previste dalla Legge Istitutiva prevedono che l’attività di pesca sportiva venga svolta secondo le modalità previste dal Piano Ittico provinciale e dai relativi strumenti attuativi.

 

 

La raccolta di Funghi e Tartufi

 

La raccolta di funghi e di tartufi sono attività che possono essere svolte sia nelle zone B e C di Parco che nelle aree di pre-parco, come previsto dalle leggi vigenti in materia (L. n. 352/93 e L.R. n. 6/96 per quanto concerne i funghi epigei e L.R. n. 24/91 e successive modifiche e integrazioni per i tartufi). Si tratta, infatti, di attività compatibili e a basso impatto, che utilizzano la produttività naturale dei boschi. Esse sono esplicitamente escluse solo nelle zone A che peraltro per la loro natura offrono scarso interesse al loro prelievo.

Tali attività sono già adeguatamente normate dalle relative specifiche leggi e la regolamentazione all’interno delle zone di Parco potrà necessitare soltanto di semplici misure volte ad adeguare la norma alla realtà territoriale, senza imposizione di ulteriori vincoli.

La Legge Regionale vigente prevede che gli introiti dei tesserini per la raccolta dei funghi all’interno delle Aree Protette sia devoluta all’Ente di Gestione, in particolare per interventi gestionali di miglioramento ambientale ed anche per azioni di informazione e di divulgazione.

Sarà possibile che l’Ente di Gestione eventualmente decida l’introduzione di un tesserino, con o senza tassa di concessione, anche per la raccolta dei tartufi. Ciò potrà essere utile soprattutto per poter raccogliere dati sulla frequentazione del territorio e sulla vocazione del medesimo alla produzione di tartufo. Inoltre, l’eventuale ricavato dalla tassa di concessione, potrà essere impiegato per interventi gestionali di miglioramento ambientale, finalizzati all’aumento della produttività di funghi ipogei, nonché alla promozione del prodotto.


La Gestione del Parco

 

 

La gestione del Parco è affidata ad un Consorzio costituito sulla base di una proposta formulata d’intesa fra le Province di Bologna e Ravenna, approvata dalla Giunta Regionale entro trenta giorni dalla entrata in vigore della legge istitutiva del Parco. A tale Consorzio partecipano obbligatoriamente gli Enti interessati per territorio, ma vi possono aderire anche altri Enti territoriali che colgano una opportunità per concorrere a realizzare politiche ambientali complesse, di ambito territoriale vasto, mirate alla conservazione della natura e alla promozione dello sviluppo sostenibile.

 

Sono organi del Consorzio:

·        Il Consiglio che è composto di norma da un rappresentate di ogni Ente consorziato nelle persone del Sindaco del Comune, del Presidente della Provincia e della Comunità Montana o loro delegati, è questo l’organo di indirizzo e controllo politico-amministrativo del Consorzio.

·        Il Presidente a cui spetta la rappresentanza istituzionale e legale del Consorzio, è eletto fra i componenti del Consiglio.

·        Il Comitato Esecutivo è l’organo di gestione del Parco, è nominato dal Consiglio ed è composto dal Presidente del Consorzio che lo presiede e di 3/5 componenti esterni al Consiglio che possiedano comprovata competenza tecnica o amministrativa nei settori specifici di attività del Consorzio.

 

Lo Statuto del Consorzio viene elaborato, in conformità allo Statuto tipo regionale (Del. G.R. n. 1556 del 27/04/1993 e Del. G.R. n. 3255 del 13/07/1993), dagli Enti costituenti il Consorzio entro tre mesi dalla costituzione del Consorzio stesso da parte della Regione. Lo Statuto contiene la definizione delle quote di partecipazione al Consorzio dei singoli Enti sulla base di accordi tra essi intervenuti anche valutando parametri di superficie di territorio interessato ed entità percentuale del contributo annuo consortile. Inoltre, lo Statuto individua, tra l’altro, la sede legale del Parco, le attribuzioni e la durata in carica degli organi decisionali e dei loro componenti, etc.

 

Per garantire la più corretta gestione del Parco in un costante rapporto di coinvolgimento e partecipazione delle Comunità locali interessate, il Consorzio darà vita ad una Consulta ( a norma dell’art. 14 quater della L.R. n. 11/88 e dell’art. 21 dello Statuto tipo) rappresentativa degli interessi locali.

La Consulta, oltre ad esprimersi con i pareri obbligatori definiti dalle norme vigenti, verrà chiamata ad un ruolo di partecipazione attiva al formarsi delle decisioni sui passi fondamentali della gestione del Parco (Bilancio previsionale, messa  a punto di programmi d’intervento, redazione del Regolamento ) in forme da definirsi attraverso lo Statuto.

 

Il Consorzio si avvale di un Comitato tecnico-scientifico con funzioni propositive e consultive composto di norma da massimo 8 componenti scelti fra esperti nelle discipline indicate dall’art. 15 della L.R. 11/88, come modificata dalla L.R. n.40/92.

 

Un controllo sulla gestione economico-finanziaria è affidato al Collegio dei Revisori dei conti composto da tre effettivi e due supplenti.

 

Poiché l’agricoltura riveste un ruolo importante come fattore di arricchimento e di diversità biologica e poiché si ritiene indispensabile coniugare ed integrare appieno le attività agricole con le azioni svolte dall’Ente di Gestione, trasformando gli obblighi dell’area protetta in opportunità imprenditoriali capaci di integrare il reddito agricolo ed applicando appieno il metodo del confronto, si prevede l’istituzione di un Comitato di Consultazione per l’Agricoltura.

Questo strumento di coinvolgimento diretto degli agricoltori nelle scelte connesse alla predisposizione del Piano Territoriale del Parco e alla gestione del parco sarà composto dai rappresentanti delle associazioni professionali agricole maggiormente rappresentative nel territorio del parco.

Il comitato di consultazione per l’agricoltura esprimerà pareri obbligatori in relazione a:

a)     piano territoriale del parco;

b)    regolamento del parco;

c)     programma di sviluppo del parco;

d)    progetti di intervento particolareggiato e progetti di iniziativa dell’ente di gestione, relativi alle materie agricole e forestali.

Il Comitato avrà come obiettivi:

-         l’informazione e il confronto costante sulle politiche di gestione del Parco;

-         l’individuazione e l’avvio di iniziative per lo sviluppo economico del territorio;

-         l’attuazione di misure di incentivo e indennizzo e l’aggiornamento sugli incentivi dei programmi di sviluppo rurale regionali, provinciali, locali o sostenuti da risorse proprie dell’Ente di Gestione;

-         il sostegno di politiche di gestioni capaci di consentire il permanente presidio degli agricoltori attraverso il riconoscimento economico delle imprese;

-         la collaborazione per la manutenzione del paesaggio agrario, della rete escursionistica e delle aree attrezzate;

-         la semplificazione delle procedure autorizzative, mediante la definizione di accordi tra l’Ente di Gestione e gli Enti locali per ridurre i tempi ed i passaggi amministrativi;

-         la promozione, valorizzazione, pubblicizzazione delle produzioni agroalimentari e tradizionali e dell’agriturismo;

-         la trattazione dei temi della gestione faunistica in rapporto alle colture agricole, come la raccolta di informazioni per il monitoraggio della fauna e dei suoi effetti sulle colture, per decidere gli interventi di controllo e contenimento numerico volti ad attenuare gli effetti delle popolazioni selvatiche sulle colture e come la scelta e la valutazione dell’efficacia dei sistemi da utilizzare per la prevenzione e la minimizzazione dei danni alla colture.

 

Il Consorzio si doterà di una struttura tecnica ed amministrativa composta da personale proprio adeguata alle finalità ad agli obiettivi gestionali. La direzione di tale struttura viene affidata al Direttore del Parco. In via transitoria il Consorzio potrà utilizzare personale comandato dagli Enti soci del Consorzio o da altri Enti pubblici. La struttura tecnica propria dell’Ente potrà comunque operare in un rapporto di collaborazione con gli uffici tecnici degli Enti territoriali consorziati.

 

Le risorse a disposizione dell’Ente di gestione del Parco provengono, in via prioritaria, da contributi regionali e dalle quote degli Enti soci. Per la spesa di parte corrente il contributo regionale copre il 50% delle spese sostenute dal Consorzio, garantendo inoltre di far fronte ad una crescita del bilancio del Parco contenuta entro il 20% annuo.

 

Per la spesa di investimento la Regione contribuisce fino all’80% del costo complessivo dei progetti ammessi a finanziamento. La programmazione dei fondi regionali è generalmente triennale. Nel programma in corso, che si sta avviando alla conclusione, ogni Parco regionale ha ottenuto in media 1,5-2 miliardi di lire di contributo regionale.

Le tipologie di intervento finanziabili in questo ambito riguardano: l’allestimento di Centri Parco, Centri Visita, aree e percorsi attrezzati; gli interventi di restauro ambientale; l’acquisto di attrezzature; l’acquisizione di aree di interesse gestionale e/o conservazionistico; le attività di ricerca e di educazione ambientale inserite in programmi annuali e pluriennali.

 

Ai contributi regionali destinati espressamente alle Aree Protette, si sommano quelli di altri settori regionali, in particolare, Agricoltura, Risorse Forestali e Turismo.

La Regione supporta e stimola l’acceso ai finanziamenti comunitari, in particolare ai programmi Life Ambiente e Life Natura, garantendo inoltre un cofinanziamento da sommare a quello comunitario. Altre entrate dell’Ente possono derivare dalla vendita dei tesserini per la pratica delle attività compatibili, dall’erogazione di servizi, oltre che da lasciti e donazioni.

 

L’organico iniziale del Consorzio è ipotizzabile sia composto dal Direttore, anche con funzioni di segretario e da alcuni impiegati con funzioni tecniche e amministrative. Bilanci e organico si svilupperanno poi secondo la programmazione dell’Ente di gestione.

 

Il Piano Territoriale del Parco dovrà essere formulato secondo le disposizioni della L.R. n.11/88 per quanto attiene i contenuti e della Legge n.20/2000 per le procedure.

L’impegno è, sin da ora, quello di procedere all’approvazione del Piano Territoriale del Parco il più rapidamente possibile, nel rispetto dei tempi tecnici di elaborazione e dei tempi imposti dalle norme vigenti. In particolare, l’iter di approvazione dello strumento, secondo quanto stabilito dalla L.R. n. 11/88 e dalla L.R. n. 20/00 è il seguente:

1.     Elaborazione da parte dell’Ente di Gestione della “proposta di Piano” (art. 9, L.R. n. 11/88);

2.     Convocazione d’intesa tra le Province di Bologna e Ravenna della “Conferenza di Pianificazione” cui partecipano Regione, Comunità Montane, Comuni ed altri Enti eventualmente ritenuti interessati (Ente di Gestione) o contermini; la Conferenza deve esprimersi sulle scelte strategiche e sui contenuti del quadro conoscitivo, assicurando la concertazione con le associazioni economiche e sociali; ad esito della Conferenza la Regione e le Province possono stipulare un “accordo di pianificazione (art. 27, comma 2 e 3; art. 11, comma 4 e 5 L.R. n. 20/00)”;

3.     Le Province d’intesa adottano il Piano (art. 27, comma 4 L.R. n. 20/00);

4.     Le Province trasmettono il Piano alla Regione, ai Comuni, alle Comunità Montane facenti parte del Consorzio del Parco ed ai Comuni e Province contermini e ad altri eventuali Enti partecipanti alla Conferenza di cui al punto 2 (art. 27, comma 4; art. 14, comma 4 L.R. n. 20/00);

5.     Il Piano adottato è depositato presso le sedi del Consiglio provinciale e dei Comuni interessati per 60 giorni a decorrere dalla pubblicazione sul BUR e di almeno un quotidiano locale dell’avvenuto deposito (art. 27, comma 5 L.R. n. 20/00);

6.     Entro 60 giorni dal deposito possono presentare osservazioni gli enti od organismi pubblici; le associazioni economiche e sociali e quelle costituite per la tutela di interessi diffusi; i singoli cittadini nei confronti dei quali le scelte del Piano sono destinate a produrre effetti diretti. Entro 120 giorni dal ricevimento del Piano può sollevare riserve la Regione, previa acquisizione del parere del Comitato consultivo regionale per l’ambiente naturale di cui all’art. 33 della L.R. n. 11/88 (art. 27, comma 6 e 7 L.R. n. 20/00);

7.     Le Province controdeducono e predispongono il Piano da approvare, decidendo sulle osservazioni e adeguandosi alle riserve regionali o motivandone il non adeguamento (art. 27, comma 8 L.R. n. 20/00);

8.     Entro 90 giorni dalla controdeduzione la Regione esprime una intesa, eventualmente inserendo nel Piano le modifiche ritenute indispensabili a soddisfare le riserve di cui al punto 6 (art. 27, comma 9, 10, 11 L.R. n. 20/00);

9.     Le Province approvano il Piano, in conformità all’intesa regionale; copia integrale del Piano è depositata presso le Province e trasmessa alla Regione, ai Comuni e alle Comunità Montane facenti parte del Consorzio del Parco ed ai Comuni e Province contermini e ad altri eventuali Enti partecipanti alla Conferenza di cui al punto 2. L’avviso dell’approvazione è riportato sul BUR, dalla cui data di pubblicazione il piano entra in vigore, e su almeno un quotidiano locale (art. 27, comma 12 e 13 L.R. n. 20/00).

 

Nel territorio del Parco della Vena del Gesso Romagnola sono già state realizzate dai singoli Comuni numerose strutture che dovranno costituire la base per lo sviluppo delle attività del Parco stesso, per quanto concerne la fruizione, la divulgazione e la didattica, la ricerca.

 

I centri di documentazione presenti a Riolo Terme, Zattaglia e Borgo Tossignano, dedicati ad aspetti peculiari della Vena potranno essere convertiti in altrettanti centri visita del Parco, mantenendo le proprie specificità e venendo ulteriormente sviluppati.

Analogamente, le aree attrezzate per la visita, come il Parco Carné e la Grotta Tanaccia, diverranno le strutture di base per la fruizione del Parco, con il vantaggio di un’esperienza e una notorietà già ampiamente consolidate.

Tutte queste strutture potranno essere direttamente gestite dal Parco o affidate dal Parco in gestione ai Comuni (come si può ipotizzare, ad esempio, nel caso del Parco Carné, già gestito tramite convenzione dalla Provincia di Ravenna e dai Comuni di Faenza e Brisighella).

 

I numerosi musei presenti nei sei Comuni del Parco o in Comuni vicini, ma con esposizioni dedicate alla Vena del Gesso (musei della civiltà contadina, musei naturalistici, storici, ecc.) dovranno essere connessi in una rete di strutture per la visita e la conoscenza del Parco e coinvolti in attività di ricerca e studio sul territorio dell’area protetta.

 

Lo sviluppo di queste e di altre strutture per la fruizione comporta un aumento della possibilità di impiego attraverso, ad esempio, la creazione di cooperative di servizi per il Parco, rivolte alla gestione dei centri, alla realizzazione delle visite guidate, all’esecuzione di interventi di manutenzione o di intervento.

 

Allegato

 

Superfici Area Protetta suddivise per zone

Zona

Superficie attuale (ha)

Superficie precedente [1](ha)

Aumento (ha)

Zone A

52

19

33

Zone B

749

698

51

Zone C

1.240

763

477

Parco (A+B+C)

2.041

1.480

562

pre-parco

4.022

3.852

170

Tot. Area Protetta

6.063

5.332

731

 

 

Superfici Area Protetta per zone nei Comuni della Provincia di Ravenna

Zona

Brisighella

Casola Valsenio

Riolo Terme

Zone A

30

0

12

Zone B

316

58

172

Zone C

322

126

185

Parco (A+B+C)

668

184

369

pre-parco

1.156

797

632

Tot. Area Protetta

1.824

981

1.001

 

 

Superfici Area Protetta per zone nei Comuni della Provincia di Bologna

Zona

Borgo Tossignano

Casalfiumanese

Fontanelice

Zone A

10

0

0

Zone B

161

13

29

Zone C

427

34

146

Parco (A+B+C)

598

47

175

pre-parco

964

208

265

Tot. Area Protetta

1.562

255

440

 

 

Superfici Area Protetta per zone nelle due Province

Zona

Ravenna

Bologna

Zone A

42

10

Zone B

546

203

Zone C

633

607

Parco (A+B+C)

1.221

820

pre-parco

2.585

1.437

Totale Area Protetta

3.806

2.257

 

 

[1] Precedente proposta di perimetrazione e zonizzazione discussa con le comunità locali (1997)

   

Speleo GAM Mezzano